venerdì 27 novembre 2015

Hunger Games

Sebbene io mi trovi d'accordo con l'idea che il film è spesso meno bello del libro, apprezzo la rappresentazione cinematografica di una storia che ho letto. Probabilmente blatero e scalcio per gran parte del tempo perché certe cose non tornano o non sono realizzate come dovrebbero, ma blatero e scalcio nella mia testa, senza infastidire nessuno, e guardare un film o una serie tv insieme a me risulta comunque piacevole. Perché sto tessendo le mie lodi, proprio non lo so.


Con Hunger Games è andata all'incirca così. Il primo capitolo della saga l'ho letto più o meno contemporaneamente al film, pensando, dall'inizio alla fine, che ciò che avevano creato con scenografie e regia fosse una storia per ragazzi. Mi turbava il fatto che il libro non lo fosse affatto, e che, anzi, fosse una delle storie più tragiche che nella fantascienza mi fosse capitato di leggere. Hunger games appartiene alla tipologia che dice molto, molto più di quello che sembra. Le prime pellicole, purtroppo, non sono così profonde. Non che non siano belle, tutt'altro. Trovo che la scelta dell'attrice - la fighissima Jennifer Lawrence, vincitrice di un premio oscar - e del migliore amico Gale - uno dei fighissimi fratelli Hemsworth, Liam - siano perfette (ma non quella di Peeta, interpretato da Josh Hutcherson. Sembra che abbiano fatto apposta a prendere l'attore meno adatto per la parte). Trovo che l'ambientazione, i silenzi e i suoni, le emozioni, siano perfette. Insomma, mi sono piaciuti


Ma sono superficie.
Il libro è tutto il resto. Il libro non è la storia di una ragazzina che deve affrontare il nemico. Il libro è la storia di persone sottomesse, di giovani che devo uccidersi tra loro per il divertimento di altri. E l'ho scoperto solo rileggendolo. 
Volevo, in effetti, prepararmi all'uscita dell'ultimo capitolo della saga e ho ripreso in mano tutto. Ingnara di ciò che, dimenticate le scene del film, avrei trovato. C'è così tanto dolore, così tanta desolazione e così tanta rabbia da essere arrivata a chiedermi cosa avessi letto la prima volta.  
Tuttavia, non era colpa mia, quanto dei primi due film. Belli, bellissimi. Solo... film per ragazzi.
Non così il libro, tant'è che è stato, per molti aspetti, criticato per i cattivi insegnamenti e per i temi, un po' come The giver e il suo seguito. La colpa, se di colpa si può parlare, credo che sia quella di voler categorizzare a tutti i costi qualcosa in quel modo. Siccome c'è una ragazza di sedici anni, siccome è distopico e siccome è americano, è per ragazzi. Strano pensare che possa essere messo al pari di libri dello stesso genere che sono veramente per ragazzi, dal modo in cui si raccontano a quello in cui si presentano. 


Quando Katniss urla "Mi offro volontaria, mi offro volontaria come tributo!" sa di aver appena firmato la sua condanna a morte. È il giorno dell'estrazione dei partecipanti agli Hunger Games, un reality show organizzato ogni anno da Capitol City con una sola regola: uccidi o muori. Ognuno dei Distretti deve sorteggiare un ragazzo e una ragazza tra i 12 e i 18 anni che verrà gettato nell'Arena a combattere fino alla morte. Ne sopravvive uno solo, il più bravo, il più forte, ma anche quello che si conquista il pubblico, gli sponsor, l'audience.
Hunger games è la storia di una rivolta. Una rivolta contro il potere che costringe e toglie il respiro, che uccide, che impoverisce, che fa del male per godere del bene individuale. Katniss non è un personaggio simpatico. Affronta la sorte che le tocca con angoscia, rabbia e follia. Egoista, burrascosa, lunatica, è l'eroina che quasi mai si incontra in storie di questo tipo, quella che non sai se odiare o amare. I suoi pensieri, la sua voglia di smettere di combattere - non contro il nemico ma per la vita - il dolore che prova e che ripete, ripete e ripete ancora, entrano dentro. Entrano da qualche parte, lentamente, scavano e si fermano, si depositano lasciando il lettore turbato. Il terzo, sotto certi aspetti, è davvero difficoltoso. Il desiderio è che finisca il prima possibile perché tutto quel dolore e quel senso di impotenza sono difficili da mandare giù. Ed è proprio questo il suo bello. 
Lo stile è unico, forte, raramente artificioso ma mai semplice. 

Per quanto riguarda i film, i primi due sembrano la versione edulcorata del libro. Hanno tagliato lo strazio e l'angoscia e le hanno sostituite con tanta azione. La prima parte del terzo, che dalla maggior parte del pubblico è stato criticato, ha acquistato, secondo me, credibilità. Non perché sia più bello, ma perché è più vicino alla storia raccontata
Il terzo, che ho visto la settimana scorsa, è la giusta conclusione dell'intera saga. Fedele quanto basta al romanzo e per questo validissimo.
Vi lascio il trailer. 

  
Qualcuno di voi lo ha letto o ha intenzione di leggerlo? 
Qualcuno di voi lo ha visto o ha intenzione di vederlo?

Sono quasi riuscita a farlo passare per Dostoevskij. Eh, eh.  

M. 

Postilla: non me ne vogliano gli amanti di Dostoevskij. Era una battuta. 

mercoledì 25 novembre 2015

Blogtour "Il mio supereroe"

Questo post, totalmente imprevisto, è volto a:
- salutarvi: emmosi cari, come state?
- comunicarvi che oggi, 25 novembre, parte il blogtour de Il mio supereroe.

Per chi non lo sapesse, anche se credo che lo sappiate tutti, un book blogtour è un viaggio a tappe in vari blog che presentano, ognuno in modo diverso, un libro. 
Detto a parole mie: pillole e curiosità raccontate su dei fighissimi blog per permettervi di conoscere meglio i personaggi di un testo, le sue ambientazioni, l'autore, e tutto ciò che rientra nella categoria "pillole e curiosità". 
Ma anche: M. che girella per i blog saltellando allegramente da una parte all'altra fingendo di sapere cosa sta facendo.
Carino, vero?
Sì beh, il blogtour è carino, io che saltello allegramente, non lo so. Il fatto è che l'ho trovato, fin dalla sua scoperta, un'idea simpatica e dopo tanto ragionare mi sono decisa.




Ecco le tappe!

25 novembre - 1° TAPPA – Presentazione Blogtour + Incipit 
27 novembre - 2° TAPPA – Intervista all’autrice 
30 novembre - 3° TAPPA – Recensione 
2 dicembre - 4° TAPPA – Estratto 
4 dicembre - 5° TAPPA – I consigli natalizi di Angelica: le sciarpe 


Dai dai, seguiteCI!

M. saltellante

venerdì 20 novembre 2015

Punto di partenza?

Sono in una fase di passaggio delicata. Vengo da un periodo turbolento al lavoro, stressante, sotto vari punti di vista, con una voglia incredibile di scrivere e la minima idea di quale sia il punto di partenza. 


Per mesi ho dovuto rimandare. Volevo scrivere, volevo raccontare, creare quella storia che aveva preso vita nella mia testolina e che non riuscivo a tenere a freno, quella per cui ho buttato giù, pur non volendo, 60 pagine e che ho tenuto a freno costringendomi a prendere tempo. 
Ne avevo bisogno, seriamente. Avevo appena finito di scrivere un romanzo, volevo portare avanti il blog e allo stesso tempo prendere aria, staccare dal lavoro, sognare e liberarmi leggendo qualcosina. Qualcosina, in effetti, ho letto, visto che quest'anno ho messo in saccoccia, tra e-book e cartacei, una cinquantina di libri.
Ehm... per contarli mi sono persa. Il punto a cui volevo arrivare, che poi è anche il punto da cui sono partita, è che mi trovo, di nuovo, tra due fuochi. E ora che sono riuscita a prendere le distanze da entrambi, il romance e il fantascienza, devo scegliere quale dei due riprendere e mi sento persa.
AIUTO.
Entrambi hanno una storia costruita e ben delineata. Non devo pensare a cosa far fare ai personaggi o a dove farli andare perché hanno già una direzione e un senso, hanno già caratteristiche definite e forme note. Ed è proprio questo il problema. Facendo la pausa che tanto desideravo ho perso il pathos nei confronti de La Storiella, cosa non del tutto negativa, e quindi mi ritrovo a dover fare una scelta razionale. Buttarmi sul genere con cui mi sono fatta conoscere (eh, eh) o cambiare totalmente e riniziare da capo?
Non si tratta, ovviamente, solo di una scelta basata sui possibili, o non, lettori, ma anche su di me. I romanzi di fantascienza, perlomeno i miei, sono raccontati in modo completamente diverso dai miei romanzi rosa. Sottolineo miei, perché il romance non prevede, sempre e comunque, ironia. Ci sono tantissimi libri romantici drammatici, e quelli che non lo sono non si accompagnano necessariamente alle risate. I miei, fino a ora, sì. Anche se non vi hanno fatto rovesciare dal ridere, l'idea era quella di raccontare l'amore con tutti i suoi pregi e i suoi difetti e soprattutto con il sorriso sulle labbra. Mio, nella stesura e vostro, spero, nella lettura. 


Il mio fantascienza, no. La storia che alla base è seria, pesante, in tutto e per tutto distopica. Non solo per l'ambientazione ma anche per i sentimenti e i caratteri dei protagonisti. Le descrizioni abbondano, anche se non sono fondamentali, i lati difficili dei personaggi emergono non appena possibile, la serietà fa da padrona. Ma io non so se sono brava con la serietà. Non so se sono brava a raccontare storie così dense. Ed è questo il motivo per cui mi sono fermata e per cui, ancora adesso, sono ferma. 
Adoro la trama. Mi piace il mondo che ho costruito, la realtà in cui viaggiano le persone che ci ho messo. Eppure non so se piacerà agli altri. E a questo punto, dopo le tante cose che ho scritto e che non hanno portato a niente, mi chiedo: è giusto che continui per questa strada?
Forse devo solo trovare un beta reader. Che dite?

M. 

venerdì 13 novembre 2015

Tutto il resto

Avevo già fatto presente l'idea che scrivere un libro è solo il primo, piccolissimo passo. Fino a quando scrivevo per me stessa non era così. Scrivere era l'unico passo. Finire una storia, finire un libro, era già un'opera degna di onorificenze di tutti i tipi. Quando riuscii a terminare, dopo circa otto anni di lavoro, l'urban fantasy su cui lavoravo fin da ragazzina, sentii di aver raggiunto un grande risultato. Era solo il primo della saga e mi ci erano voluti anni per terminarlo, ma mi sembrava di aver compiuto un atto eroico. La corona d'alloro non bastava. Volevo la carrozza trainata dalle fatine e la coroncina più bella del reame.
Credo che quel testo non vedrà mai la luce. Povero lui, e poveri tutti quei bei personaggi. Rileggendolo oggi lo trovo, a tratti, un po' noioso. Prima ero molto più attratta dalle descrizioni, a differenza dei tempi attuali per cui leggerne di così lunghe e dettagliate mi fa arricciare il naso, cosa che mi riesce bene visto che ha una punta insolita. Come se non bastasse, storie come la sua erano, e sono state, raccontate da molti in modi eccezionali, per cui oggi mi pare quasi banale, anche se la trama è così complessa da chiedermi come diavolo sono riuscita a pensarla in quel modo. Il primo, quello compiuto, era la storia della madre. Il secondo, scritto a metà, quello della figlia e il terzo sarebbe dovuto essere la degna conclusione di una così lunga avventura pregna di dolore e misteri. Scelsi di inviarlo ad alcune case editrici, le grandi case editrici, e alcune più piccole specializzate nel genere, alla fine del primo. Durante la stesura del secondo, capii che non avrebbe ottenuto ciò che sognavo. 


Chi lo ha letto lo ha trovato bello, intenso e ha anche aspettato il continuo ma io avevo ormai voltato pagina. Non alla scrittura, non al genere, ma a quella storia. Non avevo ancora pensato concretamente al self-publishing e non credevo che lavorare su un libro significasse così tante cose. 
L'ho scoperto un anno fa, con la prima pubblicazione, e poi di nuovo un paio di mesi fa, con la seconda. Da sprovveduta qual ero, pensavo che la storia di un libro, la mia relazione con esso, finisse con la stesura. Al resto ci dovevano pensare gli altri. Alla giusta scelta del titolo, all'editing, alla scrematura. E poi alla pubblicazione. E dopo al marketing e alla promozione. Insomma, mi basavo su un sentito dire che prevedeva un lavoro immane da parte della casa editrice. 
Con l'autopubblicazione si sono aperti scenari nuovi: lavorare su un libro non significa solo scriverlo ma anche, e soprattutto, farlo crescere. Scegliere il titolo, scegliere la copertina, eliminare l'eliminabile, aggiungere ciò che serve. E poi scegliere la piattaforma di pubblicazione, inserirlo, decidere il prezzo, pubblicarlo. E dopo trovare il modo di promuoverlo, di farlo conoscere, di farlo arrivare dove dovrebbe arrivare.
L'ultimo è arrivato insieme a una M. editorialmente cresciuta (dai, ridete tutti insieme a me!), rispetto agli inizi, meno ingenua e più concreta (uhm), ma anche impreparata, immobile di fronte a ciò che non sapeva. Una M. che per evitare di infastidire troppo, dopo le paranoie dei primi due giorni, ha smesso di fare domande ed è stata a vedere come andava (proprio una geniA).
In questo secondo caso, mi sono occupata del prima - scriverlo - e del dopo - promuoverlo - , lasciando la parte centrale agli altri. Scoprire che quasi niente è stato modificato è stata una piacevole sorpresa. Il fatto che il mio prodotto arrivasse ai lettori così come era stato creato, dopo attente analisi, mi sembrava meraviglioso.  E facile. Oh sì, facile. Perché mi toglieva da un sacco di impicci quali dubbi, pensieri, domande, ansie. Aveva eliminato tutta quella parte che con il primo mi era sembrata insormontabile. Perché il lavoro su un libro, volenti o nolenti, prevede:
- un'idea e il suo sviluppo 
- la stesura e la/le sua/sue revisione/i
- l'editing
- la scelta del titolo e della copertina, la creazione della quarta di copertina
- la pubblicazione
- la promozione
- la paranoia. 
Le prime due appartengono solo agli autori e sono la magia più grande. L'ultima forse appartiene un po' a tutti, ed è una perversa ed elettrizzante agonia. Il resto no, o non del tutto. 
Per Il mio supereroe, le uniche cose che non ho seguito per niente sono state l'editing e la pubblicazione. Avevo scelto il titolo prima di inviarlo; la quarta di copertina è stata il risultato di un lavoro combinato e lo stesso vale per l'idea grafica e la promozione. La paranoia, come la stesura, era, ed è, solo mia. 
Ecco, non ne avevo idea. E non so se sia così con tutte le case editrici o solo con alcune. Però è chiaro, chiarissimo, che scriverlo, un libro, è solo il primo passo. Poi c'è tutto il resto.

Voi lo sapevate? 

In attesa che delle fatine steampunk mi trasformino in una principessa/scrittrice strafiga, vi saluto.
  
M.

venerdì 6 novembre 2015

Chi non legge/chi vuole scrivere

Trovo strano che uno dei consigli che si danno a una persona che vuole scrivere sia quello di leggere.  
No, scusate, mi sono espressa male. 
Trovo strano che ci sia bisogno di dire a una persona che vuole scrivere che deve leggere. A parer mio le due cose dovrebbero andare di pari passo. Secondo la mia modesta, modestissima opinione, senza leggere non si può scrivere perché mancherebbero pezzi fondamentali. Lo stimolo, la cusiosità, l'input, la presa visione di ciò che gli altri sanno fare, l'idea, la modalità di intreccio della storia, le caratteristiche dei personaggi. Lo stile. La capacità di emozionare. 
Scrivere un libro senza leggere mi pare impossibile. Eppure c'è bisogno di dirlo. Perché? Cosa spinge la gente che non legge a scrivere? Come puoi voler scrivere un libro se non hai idea di ciò che i libri ti comunicano? 


Quando ero più giovane (uhm) mi facevo meno problemi a dire che scrivevo. Non lo gridavo al mondo, però se usciva fuori l'argomento raccontavo questa parte di me senza farmi troppi problemi. Ma ero giov... piccola, e a parte i miei genitori e i miei amici più stretti, non mi prendeva sul serio nessuno. Gli adulti se ne uscivano con frasi tipo "oh, ma brava, e cosa scrivi?" non simulando in niente la loro vera idea, e cioè "povera sciocca marmocchia, dove pensi di andare?", i coetanei se ne fregavano perché, diciamocelo, a quell'età è facile fregarsene di qualunque cosa. 
Ad oggi le cose sono cambiate, ma nemmeno troppo. Le persone che conosco e che sanno che scrivo sono pochissime, e questo dovrebbe evitare le domande di rito e le insinuazioni, ma non è così, anzi. Tra le prime cose che chiedono/pensano c'è quella che io sia tutti i miei personaggi. Sarei Dafne, e di conseguenza D. sarebbe Alessio, ma sarei anche Angelica, e D. sarebbe Manuele. Quattro personaggi che non hanno niente a che fare l'uno con l'altro, se non per la mancanza di equilibrio e di normalità. 
Ciò farebbe di me una persona dissennata. 
Molto interessante. 
Ammetto che di me c'è molto, in tutti loro. Ci sono i gusti, ci sono le imperfezioni, ci sono le stranezze. In Dafne mi ritrovo per la timidezza e gli occhiali, in Angelica per la follia e l'ironia, ma nessuna delle due è me. Nessuna delle due si è plasmata sulla base di M. Tutto il contrario. Nel secondo caso, con Angelica, ho pensato a come io non avrei risposto, a come io non avrei reagito di fronte a certe situazioni, e le ho fatte sue. 
La seconda domanda che vi pongo, quindi, è: perché quando scrivi un libro la gente pensa automaticamente che il protagonista sia tu?
La terza, ancor più interessante, è: perché tutti vorrebbero scrivere un libro? Non so se ci avete fatto caso ma non è così strano che una persona salti fuori e dica "io ho una storia, ma una storia... prima o poi la scriverò", come se il problema di scrivere un libro fosse solo avere una storia. Io mi auguro di tutto cuore che la fantasia che mi rende la persona che sono non sia una mia peculiarità. Mi auguro che di persone che sognano, che immaginano, di persone visionarie, sia pieno il mondo. Ma non è che tutti devono scrivere un libro. 
O no? 
Il fatto che io abbia tante idee non significa che sarei in grado di creare un fumetto o di scrivere la scenografia di un film. Io non scrivo libri solo perché ho una grande fantasia. Io scrivo libri perché ho bisogno di scrivere. Ho bisogno di usare le parole, di trasformare un'idea in uno scritto, di emozionare gli altri come emoziono me stessa. Ho bisogno che le mie dita battano sui tasti e diano vita a un dialogo che altrimenti non esisterebbe se non nella mia testa. Ho bisogno che il personaggio che si delinea dentro di me prenda vita e cresca mano a mano che lo racconto. 


Non ho iniziato a scrivere storie perché volevo scrivere un libro. Ho iniziato a scrivere storie perché già da bambina sentivo che se non avessi trascritto in un quaderno ciò che pensavo avrei perso qualcosa. Avevo dodici anni quando ho sentito per la prima volta questa necessità. Me lo ricordo ancora. Non avevo idea di cosa avrei scritto, ma dovevo farlo. Che fossero frasi, una dietro l'altra, o il racconto della giornata precedente, poco importava. La necessità si è strutturata solo con il passare degli anni. Le frasi, i racconti, le idee, sono diventate storie quando avevo diciassette anni. Storie fatte bene, che piacessero o meno, a venticinque. 
Ma questa sono io. 
Per gli altri com'è?  Cos'è che spinge una persona a scrivere?

Dopo che vi ho stuzzicato con tutte queste domande spero che mi scuserete, ma non ho ancora fatto colazione e ho un assoluto bisogno di mangiare. 

Com'è che finisco sempre per parlare di cibo? 

M.

venerdì 30 ottobre 2015

Halloween: libri e castagne

Leggendo qua e là, parlando con la gente e uscendo, ho scoperto che l'autunno è una stagione molto amata. C'è chi lo apprezza perché la pioggia e i primi freddi costringono a un acciambellamento forzato nel divano con conseguente tè e lettura e c'è chi lo fa solo perché infastidito dalla calura estiva/primaverile. Visto che questo è un blog che ha la tendenza a parlare di lettura e scrittura (eh eh) pensavo di soffermarmi sui primi, in relazione ai quali mi sono venute delle domande a cui ho dato delle parziali risposte.
In particolare, mi sono concentrata sulle possibili letture autunnali. Nell'estate appena finita (sigh) avevo letto un libro decisamente molto interessante per il quale avevo scritto anche un lungo post con l'intenzione di diffondere cotal bellezza. Il problema è che in quel periodo stavo litigando di brutto con Blogger e questo portò a cancellare l'articolo in un piccolo puff, tipo quello dei cartoni animati. Questo puff impedì alla suddetta di raccontarvi Il genio e il golem, un libro dagli elementi fantastici ma vicino alla narrativa non di genere, così tanto da portare a perdere di vista che i due protagonisti sono degli esseri non umani. Mi era piaciuto perché raccontava una storia interessante in un ambiente classico che non mi sarei mai immaginata di trovare. Era un gran caldo fuori, e mentre scorrevo con il dito sul Kindle pensavo che avevo scelto il libro più sbagliato per quella stagione. Il genio e il golem (cliccando sul titolo trovate la scheda del libro) è un testo autunnale da accompagnare a una calda bevanda e, se possibile, a un bel gattone arrotolato vicino che tiene compagnia. Non al gelato, come ho fatto io.
In questa cornice stagionale in cui i colori sono un'indubbia dimostrazione di quanto possa essere magico questo periodo, si celebra una festa che mi ha sempre affascinato. Non certo per le strade invase da festanti gnomi che abbigliati da mostriciattoli/streghette/diavoletti suonano il campanello di Nonne Papere nostrane gridando "dolcetto o scherzetto?" con conseguente "Cheeee? Chiiiiii?" Quando successe a me, colta del tutto impreparata, l'unica cosa che avevo da offrire erano Pocket Coffee e Mon Chérie. Al tempo pensai che riempire le loro colorate borsette di caffè e liquori non fosse la cosa migliore, così, imbarazzata per la palese imperizia, chiusi la porta profondendomi in mille scuse. 


Halloween, per gli appassionati di storia e leggende, racconta però molto altro. Tanto per cominciare, racconta una tradizione lontana da noi, ma nemmeno così lontana, che ha origine nella terre dei celti in cui le vecchie tradizioni, come spesso succede, si sono unite alle nuove originando feste religiose.
Un altro valido motivo per cui riesce a stregare me è che i personaggi che per tanto tempo mi hanno abbindolata con le loro storie, e cioè streghe, maghi, mostri e vampiri, sono tutti collegati a questo passato che si è poi trasformato in molto altro.
Quando ero una ventenne mi divertivo a fare la zucca e a preparare i semi in forno, immergendomi in letture adeguate all'atmosfera magica e tetra di quei giorni. Oggi, da trentenne, mi limito a pensare che Halloween ha una storia molto più interessante di ciò che vediamo nei negozi e nelle pasticcerie. 
Sempre da trentenne, l'idea di comprare una zucca per svuotarla e farne una faccia mi fa storcere il naso, soprattutto perché non mi piace e dovrei buttare tutto il contenuto. Per fortuna è tempo di castagne, e qui in Toscana le mangiamo come dessert, come spuntino, usiamo la loro deliziosa farina per farne dolci, polente, e ci creiamo marmellate per tutto l'autunno, quindi credo proprio che ne infilerò una montagna in forno e che le offrirò ai festanti gnomi, deludendoli perché sono poco zuccherose e perché la quantità è quasi nulla (non sono così disposta a condivederle).
Venendo al dunque, armandoci di tè/castagne/semi di zucca, ho pensato di segnalarvi i libri che secondo me sono giusti per questo periodo: 
- Harry Potter, tutta la saga, J. K. Rowling
- Carmilla, Sheridan Le Fanu
- Dracula, Bram Stoker
- La contessa nera, Rebecca Johns
- Il discepolo, Elisabeth Kostova
- Il monaco, Matthew Gregory Lewis


Halloween: lo odiate, lo amate o vi è del tutto indifferente? Leggete qualcosa di particolare in questo periodo? Avete letto qualcuno di questi libri? Ne consigliate altri?

M. 

venerdì 23 ottobre 2015

Di come è andata

A poche settimane dalla pubblicazione de Il mio supereroe (yeeeh!) inizio a rimettere tutti i pezzi a posto e tento di raccontare come sono andate le cose. Sono sicura di non esaurire l'argomento con un unico post, ma questo mi permetterà di tornarci sopra più volte, anche a distanza di tempo, e di analizzare aspetti diversi dell'esperienza che sto vivendo con una casa editrice.


Premetto che ho sempre guardato alle case editrici come a un qualcosa di irraggiungibile. Che siano piccole o grandi, ricevono centinaia e centinaia di testi da leggere, testi che potrebbero funzionare e testi che potrebbero non farlo. Il fatto che dietro quei testi ci sia una persona non la fa differenza, perché ciò che deve essere valutato è lo scritto, quello scritto in particolare, e nient'altro. 
Prima d'ora il mio unico rapporto con le c.e. si era basato sullo scrivere l'indirizzo sulla busta di un manoscritto, il fantasy vampiresco che ho provato a inviare sei o sette anni fa ad alcuni editori. Dunque, non ho mai avuto nessuna relazione prima e non sapevo niente di come funzionassero/lavorassero. 
Prima di lanciarmi in una breve e sicuramente poco illuminante descrizione di come sono andati questi mesi, credo sia d'obbligo soffermarmi su un punto: senza l'autopubblicazione di un anno fa non avrei mai, e dico mai, scoperto il mondo degli e-book, che non è semplicemente quello dei libri in digitale, ma un pianeta parallelo in cui ciò che piace e vende non sempre corrisponde a ciò che piace e vende in libreria, in cui il marketing ha tutta un'altra forma, in cui ci sono autori degni di essere letti anche se non hanno il loro libro in uno scaffale e in cui ci sono editori validissimi che meritano attenzione. Ma soprattutto, non sarei mai arrivata a Delos Digital.
Detto questo, fatte le dovute premesse, provo a raccontarvi cosa è successo. Eh eh.
Ho scritto Il mio supereroe con un intento specifico, senza lasciare lunghezza e stile al caso. Volevo che fosse così, e così l'ho scritto. I tempi di stesura, come mi succede spesso quando mi metto in testa di dover finire una cosa ai ritmi che stabilisce la mia mente, sono stati, tutto sommato, limitatissimi. Una volta finito, però, mi sono ritrovata a guardarlo e a chiedermi cosa farne. Non volevo escludere a priori l'autopubblicazione perché si trattava di un'esperienza che mi era piaciuta tantissimo, però avevo anche voglia di tentare, di capire dove sarei potuta arrivare, di buttarmi nel mondo delle case editrici. Così ho inviato un'email a Delos Digital. All'interno, c'era:
- una presentazione di tre righe su di me;
- la sinossi del libro, che più che una sinossi era una quarta di copertina;
- una breve storia di Innamorarsi ai tempi della crisi con i risultati ottenuti.
Dell'importanza della presentazione e della sinossi ne abbiamo parlato a lungo, ma nonostante io sia convinta di ciò che ho letto, nonostante sappia che quella sarebbe la strada giusta, non riesco a farlo. Quanto a me, non so cosa dire, anche perché come "autrice" ho un'esperienza limitata e non avrei molto da raccontare. Oltretutto sono sintetica in modo quasi preoccupante, alle volte. Per finire: è un romance ironico di 140 pagine per cui ho pensato che una sinossi di due pagine sarebbe stata inadatta. Nella presentazione ho voluto dare la stessa idea di leggerezza e divertimento del libro, così tutto è stato breve. 
Dopo pochissimo tempo mi hanno risposto invitandomi a inviare il manoscritto. 


Ero abbastanza agitata, come sempre, d'altronde. Ci speravo e non ci speravo. Avevo già iniziato a prendere contatti per la copertina, a chiedere informazioni sull'editing, sui costi, a domandarmi che tipo di promozione avrei dovuto fare, questa volta, e poi è arrivata l'e-mail. Da pessimista-stronzetta quale sono, ho ovviamente pensato che mi dicessero, in modo cortese e gentile, che non gli interessava, e invece il libro gli piaceva.
Tralascio tutte le mie paranoie arrivando al dunque: ho firmato il contratto. 
Pubblicare con una casa editrice è sempre stato un sogno e vederlo realizzato era, ed è, quasi incredibile. Nonostante io abbia iniziato come autore self, con la possibilità di fare e disfare a mio piacimento, farsi guidare da altri è molto interessante. Il fatto che il testo che gli ho inviato sia rimasto il testo che è stato pubblicato fa sì che sia ancora più interessante. Per anni ho temuto che gli editori stravolgessero ogni cosa per rendere lo scritto più adatto al mercato, ma non è successo. Il titolo, la storia, il modo in cui è stata scritta, sono rimasti come erano. Non è cosa da poco. Anzi. 

La domanda che vi porgo, che vi obbliga a leggere tutto il post, è: che ne dite? 
Ma anche: quando scegliete un libro, specialmente un e-book, lo fate basandovi sulla casa editrice o basta che vi colpisca? 

M.

Postilla (come mi piace la "postilla"!): emmosi, che ne pensate della nuova grafica? Vi pare troppo... rosa?  

venerdì 16 ottobre 2015

Riflessioni autunnali

Avrei voluto scrivere un post spumeggiante pieno di battute e coccolosità ma non ci sono riuscita. La pioggia e l'autunno mi infastidiscono esageratamente, il lavoro assorbe ancora troppe energie, il raffreddore è da poco passato e non mi ha ancora del tutto abbandonato e... mi fa freddo. Sono già in tenuta donna-camuffata-da-yeti e siamo solo a metà ottobre. Emano fascino da tutti gli strati di stoffa.
Come sono noiosa, vero? 
Ok, modalità M.-yuppidu:ON.


Emmosi, come state?
Ho riflettuto a lungo su quale tema dovesse essere trattato dal blog questa settimana ma ho avuto molti dubbi. Parlare di libri non miei o parlare di me e dei miei libri? Egocentrismo a parte, mi rendo conto di non essere ancora pronta a raccontare molto di questa nuova esperienza perché siamo solo in fase di partenza. Quando è uscito Innamorarsi ai tempi della crisi ho ignorato le classifiche perché non immaginavo che ci sarei potuta entrare, e mi sono mossa goffamente da una parte all'altra del web nel tentativo di capire cosa fare con questa cosa che avevo prodotto.
Con Il mio supereroe la situazione è un po' diversa. In primo luogo, il libro è a nome mio, ma non sono ancora pronta a far sapere al mondo che quella tizia lì sono io. Ciò limita, ancora una volta, la promozione. È una scelta mia quindi non dovrei lamentarmi troppo, ma siccome è autunno e piove, siccome avrei solo voglia di mangiare la Nutella e di arrotolarmi sul divano, siccome vorrei essere IN FERIE, mi lamento dalla mattina alla sera. Sempre nella mia mente, ovvio. Per farla breve: non sono ancora pronta a far sapere al lavoro, e in particolare ai miei studenti, che scrivo libri. Mi vergogno anche un po' a dirlo ai miei ex compagni di classe e di università. Fino a quando non avrò superato questo ostacolo, il movimento sarà limitato.
Altra differenza fondamentale è che questa volta è una casa editrice ad avermi pubblicato. A tal proposito, vi ho già espresso il mio diletto, e sicuramente lo farò ancora, quindi oggi cercherò di contenermi. Posso dire che se per alcuni aspetti l'editore cambia le carte in tavola, per altri le differenze sono minime. Oggi è l'autore che deve sapersi vendere e che deve interagire con il lettore, qualunque sia la casa che ha alle spalle, per cui di cose da fare ce ne sono tante. 

A seguire:
  •  il prezzo, più alto del precedente
  •  il periodo dell'anno in cui è uscito, cioè lontano dalla giocosità e dalla nullafacenza  estiva degli studenti e di chi è finalmente riuscito ad andare in ferie
  •  una consapevolezza maggiore di come muoversi nel web e con i blog.


Non sono cambiati, invece:
  • la mia incapacità di scattare foto a qualunque cosa per movimentare la pagina facebook
  • il coraggio di passare da Il Mondo di M. a Monica Brizzi (ma come faaaacciooo a creare una FANPAGE a nome mio? L'imbarazzo mi sommerge!)
  • capire come fare promozione a pagamento. Ci sto lavorando su. E non è che non l'ho capito. Ho solo qualche problema nel decidere: 
  1.  se farlo davvero o no
  2.  se usare un link o un'immagine 
Sono molte le cose a cui pensare. Vorrei essere più sciolta, ma non fa parte del mio carattere e non credo che minacciarmi da sola porterà a qualcosa di buono. Dovrei anche essere più socievole e fare amicizia con più persone ma... mi ci vedete? 
Una cosa che vorrei e che forse, se mi impegno, riesco anche anche a fare, c'è. Quando è uscito Innamorarsi ai tempi della crisi l'ho mandato in lettura ad alcune blogger che abbinavano ai libri un tè, un vino o una qualche bevanda particolare. Questa cosa mi faceva impazzire e non vedevo l'ora di sapere a cosa avevano pensato. Purtroppo non credo che lo abbiano letto perché non mi hanno mai fatto sapere niente e io sono rimasta con la curiosità. Ora arrivo al punto: se qualcuno di voi legge/ha letto/leggerà Il mio supereroe sarebbe così carino da dirmi a cosa lo abbinerebbe? Grazie, emmosi.

Avete qualche idea/consiglio/critica da farmi presente?

Coccolosità,
M.-camuffata-da-yeti

venerdì 9 ottobre 2015

Spettacolo

Nelle ultime settimane, nel blog, avevo abbandonato il tema della scrittura preferendogli quello della lettura, delle domande, dei giochi e delle banalità. Il motivo è presto detto: aspettavo l'uscita di Librino Nuovo e non ero sicura di cosa potessi dire sul tema dello scrivere senza farmi prendere dalla voglia di raccontare come sono andate le cose per Il mio supereroe. Avrei potuto parlare della storia a cui ho lavorato dopo, di quella a cui penso adesso (ma a cui non lavoro per scelta), al fantascienza che è lì, che mi chiama, e che io ignoro dandomi della caccola rinitica, ma mi sarei forzata a non andare in quella direzione, avrei costruito un post perché dovevo e non perché volevo. 
Adesso, invece, devo e posso. Non so se riuscirò a parlare di com'è andata la stesura della storia. Penso che sia meglio andare a briglia sciolta e vedere dove arrivo, anche perché il raffreddore mi impedisce di costruire una scaletta mentale in grado di condurre a qualcosa di concreto.


Uhm, ora che l'ho scritto non mi viene più in mente niente di naturale.
Va bene. Inizio con il dire che... è uno spettacolo. Tutto quello che sto vivendo adesso è uno spettacolo. Se solo avessi un po' più di tempo per dedicarmi all'ansia e all'agitazione invece di dover lavorare, penso che sarebbe ancora più spettacolare. Ma forse sarei anche più ingestibile e indomabile, quindi è quasi meglio che il lavoro si stia prendendo tutto questo spazio.
Tornando allo spettacolo, trovo difficile spiegarvi come sono state le ultime settimane. Sono addirittura andata a rileggere il contratto per essere sicura che fosse tutto vero. E che avessi capito bene. Non si sa mai, nella vita.
Ma era tutto reale. 
Quando sono arrivate le notizie su Librino Nuovo sono stata posseduta da un turbine di emozioni, tutte collocabili nella fascia "ansia da prestazione". Scriverlo, tutto sommato, era stato un gioco da ragazzi. Un gioco che aveva previsto interruzioni comunicative per visualizzare la storia, perdita di interi pomeriggi, un'avvolgibile chiusa e una stanza buia in cui le dita volavano sulla tastiera, torcicollo, indolenzimento al solito braccio che impugna il mouse, rapporti sociali diminuiti, difficoltà nell'addormentarsi perché troppo impegnata a immaginare i fatti. Un giochetto, no? Proprio una cosetta da niente.
Il problema, infatti, arriva con la pubblicazione, che, a mio parere, è un po' come il matrimonio. Se pensi che sia un punto d'arrivo, non hai capito niente ed è meglio se rimani single o, nel mio caso, se scrivi per te stesso e basta. Il viaggio inizia con te che scrivi e va avanti con ciò che scrivi che viene comprato e letto dalla gente. Ecco spiegata l'ansia da prestazione.
Ora, a 4 giorni dall'uscita, l'ansia ha stretto amicizia con Amazon e si frequentano così tanto da farmi quasi ingelosire. Sono carini, insieme, anche se alle volte battibeccano nemmeno fossero due sorelle zitelle e bisbetiche. Io sono la loro nipotina che spera di ottenere un po' di attenzione e di bere un tè degno di essere chiamato tale, e non quella brodaglia colorata che loro producono lasciando in infusione giusto quei due rametti pescati da una vecchia bustina. 


Spettacolo. Vorrei dimostrarvi che ho un lessico ineccepibile e che sono capace di descrivere ciò che sento in altro modo ma non ci riesco. Sembra che i sinonimi non vogliano occuparsi della sua area di competenza, e va bene, alla fine. Posso anche tollerarlo. Il mio ego si innervosisce un po' ma ci pensano le acidule sorelle, e il raffreddore, a farmi dimenticare di questa mancanza.
Emmosi, Librino Nuovo è nel mondo ed è a nome mio. Avete visto quanto è scritto grande? Agghiacciante, no? Tutti i sistemi che avevo trovato per sabotare la vera me, nascondendola dietro lo pseudonimo, sono falliti. Ma sono falliti per un ottimo motivo, e adesso attendo che decolli. Sperando che lo faccia.
Avrei voglia di scrivere una postilla, chiamandola proprio "postilla", ma non so che dire, e ho assoluta necessità di andare a recuperare un fazzoletto prima di trasformarmi in un buffo manga a cui cola il naso. 
Nelle prossime settimane sarò meno vaga.
Forse. 

Uh, cola. 

M.  

martedì 6 ottobre 2015

Librino Nuovo: "Il mio supereroe"

Ci credete se vi dico che ho iniziato e cancellato svariate volte l'incipit di questo post? 
Sto provando a farmi venire un'idea geniale ma proprio non ci riesco. Da questa mattina alle 6.30 mi agito, prima a casa e poi al lavoro, fingendo di essere tranquilla e per niente emozionata. 
Fingo bene, lo ammetto, perché oggi è il 6 ottobre. Vi avevo lanciato dei suggerimenti e degli indizi nelle ultime settimane, ma concretamente qui, nel blog, non avevo annunciato niente. E ora che è arrivato il gran giorno...

Ebbene. Librino Nuovo è uscito. E da quest'oggi, proprio da questo momento, lo trovate un po' ovunque, a partire da Amazon fino ad arrivare a... ogni store online. 
Edito da Delos Digital, pubblicato a mio vero nome (ooohi!), Il mio supereroe vi aspetta. 
Sono così trepidante che non so come andare avanti quindi vi lascio con la copertina, la trama e qualche link.


Che succede se nella vita di un’eccentrica ventisettenne che lavora a maglia e legge autori russi entra un nerd appassionato di Harry Potter, Star Wars e Il Trono di spade?
Angelica lavora in una libreria da otto anni, è single da tre e si veste come un albero di Natale.
Nonostante l’amica fissata con il fitness, Maura, e suo marito Giacomo, cerchino di farle conoscere qualche ragazzo, lei continua a non trovare nessuno che le interessi davvero. Tutto cambia durante una festa, quando, caduta in una siepe, attaccata dai tafani e tormentata dall’ortica, viene aiutata da Manuele, un nerd tutt’altro che capace di corteggiare una donna. Lui, ingegnere che lavora come commesso in un negozio di elettronica, ci mette un po’ a partire, ma quando lo fa tra i due nasce una piccola magia e Angelica inizia a entrare in un mondo fatto di scacchi, film e telefilm che le fanno dimenticare di avere una famiglia strampalata. Tutto fila liscio per un po’, ma in una fredda serata invernale Angelica vede qualcosa che non dovrebbe vedere e la magia tra lei e Manuele sembra dissolversi nella nebbia della città. Possibile che non riesca mai a trovare il vero amore? O forse, più semplicemente, ci ha solo visto male?

Link:
Amazon
Delos Store
Kobo 
LaFeltrinelli 
BookRepublic 
Ibs
 

P.s. - scusate se sono stata un po' assente negli ultimi giorni. Recupererò!  

M.