lunedì 4 maggio 2015

L'emmealfabeto

Appena letto mi sono presa una cotta. Poi l'ho riletto, l'ho commentato e la cotta è aumentata. Parlo di questo delizioso alfabeto, un'idea scovata sul bel blog Anima di carta. Le sue origini sono a loro volta scovabili nel suo post.
Non ho resistito alla tentazione e all'invito e quindi eccolo qua, l'alfabeto di M., chiamato Emmealfabeto per egocentrismo, sindrome da cui sono affetta a causa del blog. 
Credo che abbia contagiato numerose persone (l'alfabeto, ma anche l'egocentrismo-da-blog) e ne ha avuto tutto il diritto. Il problema è che per farlo mi ci è voluto un sacco perché non appena finivo di scrivere una lettera squillava il telefono, o dovevo uscire, e chi più ne ha più ne metta. E poi, lo ammetto, avevo altri post in programma. Me colpevole. Sigh. 
Ma ce l'ho fatta. Yuppidu. 


A come Anonimato
Finirà, prima o poi. Sto giocando a Nascondino e tra poco arriverà il momento in cui qualcuno urlerà "tana!" e io sarò costretta a uscire dal mio delizioso nascondiglio. E quel qualcuno sarò io stessa. Da M. mi trasformerò in... ah!

B come Buonumore
Quello che mi assale ogni volta che scrivo, che mi fa sentire più leggera anche se il resto è un casino. Anche se la stanchezza e il lavoro e le difficoltà del mondo bussano alla porta.

C come Cuore
Perché ce ne metto tanto, dentro. Perché è importante. Perché si dovrebbe scrivere per sentirsi bene, prima che per ogni altra cosa. Se poi arrivassero anche la notorietà e i soldi non saremmo certo disperati, nevvero? Era una battuta. Uhm.

D come Desiderio di mollare
Non credo se ne possa fare a meno. Quando la critica è pesante, quando non ti aspetti una reazione, quando senti di fare tanto e di ricevere poco. Che siano sensazioni vere oppure no, ogni tanto vorrei lasciare tutto e tornare al prima. Solo ogni tanto, però.

E come Elenco
Non sono una che fa scalette, ma di elenchi ne produco a volontà. Elenchi dei nomi dei personaggi, delle sviste da correggere, delle cose da riguardare, delle idee che mi sembrano geniali (uhm) e che potrei dimenticare.

F come Fantasia
Ne ho in abbondanza, a volte pure troppa, e non mi farebbe male distrubuirne un po' alla gente. Un grembiule bianco con le galette rosa, codine e un cesto tra le mani in cui dono fantasia alla gente sotto forma di liquido, in bottigliette dai mille colori, imbellettate da un nastrino rosa. Gli adulti ne hanno bisogno. Andrebbe distribuita la mattina al bar insieme al caffè, ma dovrebbe essere fantasia serena, leggera, positiva. Non malsana e distruttiva.

G come Gioco
Scrivere è una forma di gioco. Un passatempo. Un hobby. Spero di trovare sempre il modo di ritagliarmi un po' di tempo libero per farlo. Per incantarmi.

H come...
Aiuto. Non lo so. Come Hotel? Come Hostel? La famosa fantasia... bleah.
 
I come Idee
Talvolta mi assalgono quando meno me lo aspetto, mentre faccio tutt'altro, mentre sono al supermercato e la gente fa la spesa, o mi passa avanti, o mi chiede di passargli una busta. Altre volte arrivano mentre le cerco, mentre mi impegno affinché venga fuori una scena o una storia. Idee che non vedo l'ora di buttare per iscritto.

L come Logica
Che non funziona. Mi siedo a tavolino, ragiono con me stessa e finisco per fare una scelta che ritengo logica e che in poco tempo scopro essere illogica. O semplicemente contraria al web-marketing. Come quella di "postare" di venerdì. E di pubblicare il post di lunedì perché il fine settimana ero fuori. Boh.

M come M.
L'abbiamo già detto. L'ho già detto. Sono fiera di M. tanto quanto James lo è del suo Bond. Il suo nome è Bond, James Bond. Il mio è M., M., M. Fino a quando qualcuno non griderà "tana!".

N come Nutella
Sì, riconosco di essere colpevole. Ogni tanto, mentre scrivo, sento questa necessità impellente che mi guida verso il barattolo. Il barattolo è poi guidato verso il cucchiaino e insieme torniamo al laptop e ci rimettiamo al lavoro. Indispensabile quanto la musica.

O come Ordine
Anche se mentre scrivo una storia saltello da un capitolo all'altro, anche se a volte scrivo prima il finale e poi l'inizio, anche se butto giù un dialogo o una scena che si troveranno nel mezzo, è tutto fatto con ordine. Nessuna scaletta appuntata ma una ben costruita in testa.

P come Palestra
Il periodo di Innamorarsi ai tempi della crisi, soprattutto i primissimi mesi, sono stati un ottimo ginnasio. Non saprei dire se mi hanno preparata ad hoc al resto... forse è meglio dire che non mi hanno preparata a niente, ma almeno ho un'infarinatura generale di questo simpatico/difficile mondo. 

Q come Quaderno
Dove annoto le cose. Un quaderno, un blocco e un quadernino ad anelli, sparsi tra la scrivania e il divano e pronti a riempirsi di fronte alle mie necessità. Archibugi senza i quali perderei sicuramente la guerra contro la strutturalità.

R come Ritmo
Quello della musica che ascolto e che mi dà il tempo. Tendo a sonorità rock/metal quando la storia lo richiede ma sguazzo in totale allegria nel pop quando si tratta di romance. Non sempre, non dall'inizio alla fine, ma spesso ho bisogno che mi accompagni. Più durante la stesura che nella rilettura.

S come Sintesi
Riesco a contrarre tutto in pochissime parole. Non posso nascondervi quanto mi piaccia. Ho sempre avuto questa capacità, fin dalla scuola, e l'ho trasferita anche nei miei romanzi (quante arie che mi do, eh?). Non so se agli occhi degli altri sia un bene oppure no, ma a me piace molto.

T come Tempo
Ne vorrei di più per scrivere. Vorrei darmene di più mentre stendo un copione. E invece mi faccio prendere la mano e mi sento invadere da una forza oscura che mi guida con prepotenza verso la fine. Non è vicina, non lo è nemmeno mentre la scrivo, però spinge con potenza e qualche volta rischia di rovinarmi il viaggio.

U come Unicità
A volte mi domando perché mi ostino a voler fare in modo diverso da altri, ma dura poco. Perché in pochissimi secondi ricordo qual è il mio carattere e mi accetto. Sono una web-asociale, non posso costringermi a diventare Miss Chiacchiere e Condivisioni. 
Vero? Vero? Veeeroo?

V come Verbi
Vi dirò una cosa. Io adoro il congiuntivo. Lo trovo molto più elegante dell'indicativo e soffro quando non viene usato. Sebbene capisca la naturalezza con cui esce il secondo, sebbene io stessa a volte lo lasci da parte, sebbene stia scomparendo, io lo adoro. E in generale adoro tutti i verbi. Ma questo succede perché adoro la grammatica.

Z come Zero
La M. che si è buttata il 29 luglio lo ha fatto con una montagna di lacune. Si è gettata in questo mar, dove non è poi così dolce naufragar, e ci è sguazzata. Zero erano la mia conoscenza, la mia consapevolezza e la mia preparazione. Ho imparato tutto (tutto che?) strada facendo. Sono sempre un'esordiente del ciuffolo ma adesso, da zero a dieci, potrei dire di essere a uno. 

Finito! Spero che lo troviate interessante e non troppo lungo.
Cavolo, è troppo lungo. Alla faccia della sintesi. Ci sarà una cosa che corrisponde al vero in ciò che ho scritto?
D'accordo. Non addormentatevi mentre lo leggete, nemmeno se è noioso, ok?
Grazie cari.

Emmosità.
M. 

venerdì 24 aprile 2015

I fattori "no" di un libro

Succede. Succede che un libro non ti prenda per niente, o che ti prenda ma si dilunghi troppo, o che ti prenda ma si concretizzi in modo diverso da come te lo aspetti. Succede, si sa.


Ho appena finito di leggere una storia che non mi ha dato molta soddisfazione. Non per la storia in sé, ma perché mi sono costretta ad arrivare fino alla fine, mi sono costretta a leggerla, a non saltare le pagine, a non chiuderla per rivolgermi ad altro. Succede, ogni tanto. Quando mi succede, se dopo due settimane non ho ancora finito, significa che ho bisogno di novità, così ne comincio uno nuovo, e se non è abbastanza travolgente ne prendo anche un altro fino a quando mi ritrovo con tre o quattro libri in lettura che vanno tutti di pari passo. 
Per me, che leggo un paio di libri a settimana, quindici giorni con lo stesso testo tra le mani sono un'esagerazione. È il momento in cui realizzo che è il caso di entrare dentro un'altra trama ma, come già detto, blocco il flusso.
Voi che fate in questi casi? Se un libro non vi piace, se non vi prende abbastanza, lo mettete via o, capoccioni come me, vi ostinate a finirlo?

Il testo con cui ho guerreggiato in questo periodo era un urban fantasy, genere che gradisco molto, ma aveva una serie di caratteristiche che hanno reso lenta la mia lettura. Vi faccio presente che le caratteristiche in questione erano presenti anche nel mio primo romanzo, anch'esso un urban fantasy. L'ho riletto dopo anni e sono rimasta turbata dagli attributi che lo componevano e che, oggi, non sono affatto da me.
Tanto per cominciare, io ho problemi con i libri troppo lunghi che sono inutilmente lunghi. Ci sono storie in cui la quantità di pagine è necessaria per lo sviluppo dell'intrigo, in cui ciò che viene raccontato è relativo ai personaggi, allo svolgimento dei fatti, in cui la quantità di persone al suo interno è funzionale alla trama. Ma quando su 500 pagine 300 potrebbero tranquillamente essere tagliate perché non aggiungono niente, le cose cambiano. Di questo mi accorgo quando arrivo intorno alle cento pagine e manca ancora tanto, troppo, per finire la storia. La situazione, a quel punto, inizia a prendere una brutta piega.
Altro problema è la finzione dei dialoghi. Rendere il parlato reale nello scritto è molto complesso. Se la storia è ambientata nel passato si deve fare attenzione alle espressioni e alle modalità comunicative di quel passato. Se la storia è ambientata ai giorni nostri, si deve fare attenzione a come davvero comunichiamo oggi. Vada per le parolacce - ne usiamo così tante che leggere un romanzo in cui non ci sono mi stupisce - vada per le battute, vada per le frasi sospese, per le anafore e le catafore, per le connotazioni regionali, vada per il dialogo supermegarealistico. Supermega, veramente. Ma quando i dialoghi sono costruiti a tavolino, dialoghi che mai e poi mai sentirei fuori, mi blocco e li rileggo due o tre volte, poi mi blocco ancora. Non è facile, lo so, io per prima mi chiedo quanto sia veritiero quello che dicono i miei "attori" e leggo le battute a voce alta per vedere se funzionano o meno. E può succedere che in un libro di 500 pagine alcune frasi non rispecchino il vero, ma non tutte. Se nessuna lo fa, faccio fatica a entrare dentro la storia. 


Il sesso, la brutalità. E questo è ancora più personale, non ha niente a che vedere con le caratteristiche che un buon libro, sempre secondo me, dovrebbe avere. Sono una romanticona, lo sappiamo bene, una che cammina accompagnata da farfalline svolazzanti e cuoricini scalpitanti, una che vede l'amore ovunque. Il problema è mio se la storia è cruda, non della storia stessa. Però, però, lasciatemelo dire. Se i due personaggi si innamorano, si innamorano. Possono essere degli esseri orribili, possono essere crudeli, assassini, pervertiti, ma si innamorano comunque. Non si trattano come se fossero due sconosciuti che fanno sesso di quando in quando. Si sbattono contro un muro e ci danno dentro? Perfetto, ma alla fine, almeno alla fine, vorrai fargli pensare (non dire eh, sia mai!) ma almeno pensare una cosa dolce? Magari solo meno oscena delle altre. 

Ecco. Queste sono le motivazioni che hanno reso la mia lettura complessa. Non vi dirò qual è il libro in questione perché tutto sommato è un buon libro, ed è questo il motivo per cui anche se alcuni testi non mi convincono vado avanti. Ogni storia ha qualcosa di favoloso da raccontare, compresa questa. Sono sicura che se la leggesse qualcuno di voi la troverebbe meravigliosa. 

Come vi ho accennato, le stesse caratteristiche erano presenti nel mio primo romanzo. Non so come sia potuto cambiare così tanto il mio stile, negli anni, eppure è successo. Forse dipende dal fatto che oggi scrivo ciò che mi piace leggere, dunque ho eliminato tutto ciò che non gradisco. Ha senso. Con il senno di poi mi sono accorta che quella storia era sovraccarica di gorgheggi inutili e di infiocchettature di nessuna efficacia. I personaggi si scontravano spesso e in modo alquanto fastidioso e la lunghezza era spaventosa. Capite bene che, una volta appurato quanto non mi calzi bene questo stile, leggere qualcosa con le stesse caratteristiche non mi entusiasma molto.

E per voi, quali sono i fattori "no" in un libro? 

M., farfalline svolazzanti e cuoricini scalpitanti

venerdì 17 aprile 2015

Che faccio nel frattempo?

C'è aria di primavera nell'aria. La rinite degli allergici lo sa bene. La mia le è abbastanza indifferente perché mentre tutti starnutiscono e consumano miliardi di fazzoletti, in questo periodo dell'anno io me la godo e aspetto il mio turno, e cioè intorno a giugno, quando tutti se la passeranno bene. Quello è il momento in cui il mio corpo si rende conto che nell'aria c'è qualcosa che lo turba e che lo turberà fino a settembre, circa. 
Ma che io starnutisca o meno, che il mio naso coli o no e che i miei occhi si chiudano a fessura o che rimangano aperti, c'è aria di primavera. La trovo una stagione adorabile, quando si vede. Negli ultimi anni fa la preziosa e non ci degna molto della sua attenzione ma quando la si intravede regala grandi cose. Qui in Toscana le colline sono uno spettacolo. Dopo l'inverno e il grigiore che lo accompaga questa valanga di colori che decora il paesaggio è una magia. Viene voglia di piazzarsi da qualche parte e di trascorrere l'intera giornata a guardare i contrasti di luce che creano i fiori, l'erba, gli alberi. Sempre che non si tratti di soggetti allergici, ovviamente. In quel caso penso che non ci sarebbe niente di magico. O forse sì, le microspore incantate comunemente chiamate pollini.

L'aria di primavera c'è nonostante la pioggia e le nuvole oggi oscurino la luce, nonostante le difficoltà delle ultime settimane. Devo ricordarmene.

Venendo a noi. 
Qualcuno potrebbe essersi chiesto cosa sto facendo. Forse no, forse il sapere se ho le mani in pasta da qualche parte non lo tange minimamente.
Se vi interessasse, se vi foste posti il problema, bene, sappiate che scrivo. Scrivo tantissimo. Mi barcameno tra diverse storie (che follia!) e mi diverto tanto. 
Sto sempre dietro alla trilogia di cui vi ho parlato tempo fa (fantascienza distopica), una storia che mi piace in modo esponenziale con personaggi che adoro. Potrebbe anche essere che il giorno in cui la leggerete vi farà orrore ma io impazzisco mentre la butto giù. Sono pazza della protagonista, sono pazza del coprotagonista e sono pazza di tutti quelli che gli girano intorno. 
Insieme a quello scrivo altre cose tra cui un romance divertente e sbarazzino al punto giusto. Spero. 
Insomma, faccio qualcosa. Non me ne sto con le mani in mano a parlare di Dafne come se fosse il personaggio più riuscito della storia della letteratura (ahahahahah! Ah.) e ad aspettare che il mondo se ne renda conto. Mi ritengo abbastanza umile e intelligente (mmm. Mmm? Ahahahah.) per riconoscere che è una storiellina come tante, forse anche meno delle tante, e che è stato bello fino a quando è durato. Non credevo di vivere grazie a lei e ad Alessio (non parlo di economia, chiaramente).
Oddio, oggi è la giornata delle parentesi. Me ne prestate qualcuna? 
Ci tenevo semplicemente a dire che oltre a scribacchiare fesserie nel blog e a tediare le vostre giornate, soprattutto i vostri venerdì, visto che ho scelto tale giorno per sputacchiare ebetaggini nel web, sto scrivendo tante cosine. Prima o poi ne leggerete qualcuna ma non sono nella posizione di dirvi quando. 

Ciò detto... abbiate pazienza. Sopportatemi mentre vi racconto del tutto e del niente e continuate a seguirmi come state facendo. Quando controllo le visualizzazioni e vedo che ci siete c'è qualcosa che fa capolino nel mio stomaco e non è il reflusso esofageo. Credo che sia gioia. E in settimane come queste è un vero piacere. :)

M. 

venerdì 10 aprile 2015

"Postare" di venerdì

Avviso: questo post è stato scritto un paio di settimane fa e vi rimanda a qualcosa scritto qualche giorno prima. Niente di troppo lineare, dunque.

Miei cari emmelettori,
Vi riporto ciò che ho scritto mercoledì sera intorno alle 21.20, con il solito sonno preprimaverile che mi accompagna e il desiderio di prendere una pausa dal libro che stavo leggendo e che, sebbene non fosse male, non mi stava prendendo per niente.
Pur avendo provato, come tutte le settimane, a incastrare gli impegni di modo che potessimo uscire la stessa sera e coccolarci per il resto della settimana, D. è fuori stasera e io lo ero lunedì (giorno strano per uscire, nevvero?). Ho appena finito di mangiare e con gli occhiali frittellosi mi appropinquo a scrivere un post. Chissà quanto mi immaginate affascinante, tipo: pigiama, superpile per proteggermi dal freddo, occhiali sporchissimi, capelli arruffati? Ah, siete fuori strada. A parte gli occhiali per il resto sono presentabile e non mi sono ancora struccata.
Ma perché mi perdo in queste amenità?
Scrivo questo post per parlarvi:
1. del fatto che ho scelto il giorno in cui postare le mie chiacchiere;
2. di quanto sia povera di contenuti bloggeschi.
1. Ho notato, e letto, che i blogger scelgono un giorno in cui pubblicare i propri post. Molti riescono a farlo più di una volta a settimana, io ho deciso di farlo una e basta. Potrei anche provare, e magari riuscire, a produrne di più ma non ne sono sicura e non voglio illudermi né stressarmi se non ce la faccio. Venerdì è il mio giorno. Mi piace perché è l'ultimo della settimana lavorativa, quello in cui riesco a ritagliarmi più tempo e che mi dà la possibilità di rileggere le stupidate che scrivo durante gli altri giorni. Inoltre mi sollazza il fatto che il giorno dopo ci sia il week end e che sarò abbastanza libera per pensare a ciò che ho scritto. 
Vi piace come giorno?

2. I blog dovrebbero presentare dei contenuti. Dovrebbero dare delle informazioni, differenziarsi dagli altri per ciò che offrono. Il mio non serve a niente. Ciononostante mi seguite, e io vi emmo. Come posso dirvi quanto vi emmo?
Non so se mi sono bloccata a causa del sonno o perché ho improvvisamente deciso di rimettermi a leggere. Forse ero solo stufa di stare davanti al computer, o magari era arrivato il momento di pulire gli occhiali perché mi impedivano di andare oltre. 
Pensandoci oggi, a mente meno assonnata e a stomaco vuoto, non ci sarebbe stato molto da aggiungere. Sono contenta di aver scelto un giorno per condividere con voi le tante idee e parole che mi solleticano le mani per la troppa voglia di riversarsi sul mondo e sono stracontenta di avere un seguito, i miei deliziosi emmelettori. *_*
A proposito dei contenuti... non c'è molto da dire. Nel mio blog parlo:
- dei piccoli disastri che combino;
- delle mie paturnie libresche;
- dei miei libri;
- dei libri che leggo e che mi fanno impazzire;
- di me stessa;
- di idiozie,
in ordine sparso e casuale. 

Vorreste che cambiassi qualcosa? Io no, ma d'altronde siete voi i miei lettori, quindi se avete delle proposte, vi ascolto. 


Tornando a oggi, colgo l'occasione per farvi sapere che il blog Un buon libro non finisce mai ha organizzato La settimana dell'esordiente, dal 13 al 17 aprile. Io un giretto ce lo farei, anche perché da qualche parte ci dovrei essere anch'io. ;) Mettendo da parte per qualche istante il mio ego, invito tutti coloro che come me sono alle prime pubblicazioni a non perderselo perché il programma sembra molto interessante. 

Per finire: trovo sorprendente la capacità della lingua italiana di prendere in prestito parole dall'inglese dandogli una precisa collocazione. Pensate al verbo "postare". Abbiamo preso il sostantivo "post" e lo abbiamo regolarizzato ponendolo tra i verbi della prima coniugazione in -ARE. "Linkare", "Taggare". Facebook ha creato una nuova lingua. Assolutamente sorprendente, non trovate anche voi? 

Emmosità,
M.

venerdì 3 aprile 2015

Chiara Gamberale

Tralascerò tutti i dettagli su questa settimana e balzerò direttamente all'argomento che intendo trattare. Niente male come attacco, vero?

Tutti conoscerete Chiara Gamberale. No? Allora questo post è perfetto per voi.
Ho scoperto questa scrittrice due anni fa, per caso. Sab. (per chi si fosse collegato di recente: Sab è una carissima amica, nonché prima o seconda - non mi ricordo quale delle due lo ha letto per prima - lettrice di Innamorarsi ai tempi della crisi) ogni tanto carica una busta con libri e libri della sua libreria-senza-fine più simile a un-pozzo-di-carta-e-inchiostro e mi rende felice prestandomi qualcuno dei suoi volumi. Grazie a lei ho conosciuto scrittori come Federica Bosco, Massimo Gramellini, Kerstin Gier e Chiara Gamberale. 
Tra tutte le cose che leggo la narrativa contemporanea non è tra le mie preferite. Non sto certo dicendo che non la apprezzo e che non mi crogiolo volentieri in tale italianità. Sto solo bofonchiando che quando vado in libreria la mia mente e il mio corpo sono irrimediabilmente attratti dal reparto fantasy e fantascienza. Se proprio riesco a muovermi in altre direzioni mi infilo nel corridoio dei classici e degli storici. I romantici, che vorrei leggere con più frequenza, e tutto il resto, non li contemplo proprio. Che pessima lettrice.
Per fortuna Sab. rimedia, in molti casi, alle mie mancanze. Negli altri ci pensa Amazon con le sue offerte. E nei restanti le blogger che rencensiscono libri. 
Detto ciò, torno a lei. Il primo libro che mi è capitato sotto mano è stato L'amore quando c'era.
Uno dei casi della vita, un momento triste, diventa l'occasione forse a lungo cercata per ricucire un filo che si era spezzato: Amanda, che ha amato perdutamente Tommaso e lo ha lasciato senza spiegazioni da dodici anni, scrive una mail di condoglianze che è anche un messaggio nella bottiglia: come stai, dove sei, chi sei diventato? E, soprattutto: l'hai trovata, tu, mio antico grande amore, la Ricetta per la Felicità? Tommaso risponde, prima cauto, poi incapace di resistere alla voce di un passato bruciante. È sposato, ha due splendidi bimbi e un equilibrio che pare felicità. Amanda no, lei vive sola e alla perpetua ricerca di una compiutezza senza rimpianti. Forse solo l'antico amore, oggi ritrovato, può offrire la chiave della gioia senza compromessi. O, invece, sono i compromessi la sola chiave della gioia possibile?
Soave e tagliente, Chiara Gamberale suggerisce una risposta alla domanda più difficile del mondo: di cosa parliamo quando parliamo d'amore?
Non credevo che mi avrebbe colpita al punto di volerlo leggere due volte nel giro di breve, eppure è così che è andata. Mi piace il modo in cui racconta i fatti, in cui parla di tutto e niente, in cui fa emergere i sentimenti. Anche se la protagonista non ha fatto breccia nel mio cuoricino caramelloso, l'ho trovato un bel libro. Interessante lo stile, intrigante il sistema di comunicazione che usano i due protagonisti, vivaci le espressioni idiomatiche che saltano fuori come funghi dopo una piovosa giornata autunnale. L'ho letto un anno fa, circa, quindi non riesco a essere più precisa.

Ho così deciso di affrontare anche Per dieci minuti e... l'ho divorato. Bella la storia, bella la modalità in cui ci viene narrata, bella la collocazione spaziale (seppur nella "banalità" di un'enorme città). Ho adorato la protagonista principale, il suo essere inadeguata per qualcuno e totalmente adeguata per me. Ho adorato il suo modo di vivere il dolore, di cercare di tirarsi fuori dalla mancanza, di affrontare la vita, le piccole e le grandi cose. Ho adorato i continui riferimenti tra lei e l'autrice e il suo passato difficile.

Dieci minuti al giorno. Tutti i giorni. Per un mese. Dieci minuti per fare una cosa nuova, mai fatta prima. Dieci minuti fuori dai soliti schemi. Per smettere di avere paura. E tornare a vivere. Tutto quello con cui Chiara era abituata a identificare la sua vita non esiste più. Perché, a volte, capita. Capita che il tuo compagno di sempre ti abbandoni. Che tu debba lasciare la casa in cui sei cresciuto. Che il tuo lavoro venga affidato a un altro. Che cosa si fa, allora? Rudolf Steiner non ha dubbi: si gioca. Chiara non ha niente da perdere, e ci prova. Per un mese intero, ogni giorno, per almeno dieci minuti, decide di fare una cosa nuova, mai fatta prima. Lei che è incapace anche solo di avvicinarsi ai fornelli, cucina dei pancake, cammina di spalle per la città, balla l'hip-hop, ascolta i problemi di sua madre, consegna il cellulare a uno sconosciuto. Di dieci minuti in dieci minuti, arriva così ad accogliere realtà che non avrebbe mai immaginato e che la porteranno a scelte sorprendenti. Da cui ricominciare. Con la profonda originalità che la contraddistingue, Chiara Gamberale racconta quanto il cambiamento sia spaventoso, ma necessario. E dimostra come, un minuto per volta, sia possibile tornare a vivere.
Belli i personaggi di contorno, i coprotagonisti. Il suo modo di scrivere mi conquista, il suo modo di raccontare i sentimenti, quasi come se fossero statici, come se non cambiasse niente se si sta bene o si sta male, se si ama o si odia, se si pensa o si mangia, mi intrappola. L'idea dei dieci minuti, poi, l'ho trovata geniale. Coraggiosa, più per la protagonista che per la scrittrice. Originale, più per la scrittrice che per la protagonista.
Ho intenzione di dedicarmi a Quattro etti d'amore, grazie, ma ho paura. Di un autore non ci può sempre piacere tutto, no? Io adoro Calvino, eppure ci sono dei libri che non ho voglia di rileggere. Ecco, io adoro Chiara Gamberale. E se poi succedesse come per Calvino? Se non avessi voglia di rileggere uno dei suoi libri? Mi darò un po' di tempo, anche se so che dovrò cedere. Non posso resistere alla tentazione.

Ah. Se non avete letto ancora niente, secondo me è il momento di farlo, miei carissimi emmelettori-abituati-a-recensioni-che-non-recensiscono-niente. 

M.

venerdì 27 marzo 2015

Ambientazione italiana

Avete notato che i romance più amati sono quelli in cui le storie non sono ambientate in Italia? Io ci sto facendo caso ultimamente, e ne ho preso consapevolezza perché ero alla ricerca di una storia romantica scritta da un autore/autrice italiana che collocasse le vicende nel nostro Bel Paese, magari in una cittadina di campagna sconosciuta, o in una città grande ma poco considerata, o in una di quelle più piccole, dolci e piene di vite interessanti da narrare.
Il nulla. Sì, esagero un po', ma sto facendo tanta difficoltà nel trovarli. Badate bene, a me piacciono tantissimo i romanzi inglesi ambientati in Inghilterra, compresa la magica Londra, quelli americani ambientati negli Stati Uniti, ivi inclusa la cosmopolita New York, e così andando. Però mi piacerebbe leggerne uno italiano ambientato in Italia, in cui la protagonista è una normale ragazza italiana che ha scelto, contro ogni logica sociale ed economica, di restare nello Stivale e che si barcamena tra le mille difficoltà che incontriamo qui. 


Parlo bene io, che ambiento la maggior parte delle mie storie in tutt'altri mondi, o città, eh? Ma voi non ne avete ancora letta nessuna di quel tipo, quindi posso fingere di appartanere alla categoria che colloca le vicende nella propria città. Ah!
Come vi avevo detto sto cercando di darmi ai romanzi italiani e ho scelto di non rivolgere la mia attenzione alla narrativa contemporanea vincente e vincitrice di premi così noti da essere conosciuti Oltreoceano. No, ho deciso di muovermi in un terreno più sconosciuto, di scoprire autrici e autori che i più ignorano (con "i più" intendo la parte di umanità estranea al web) e di appassionarmi ai loro mondi, ai loro stili, alle loro percezioni letterarie. Ci sto provando. Riuscendo? Non so.
Strada facendo mi sono scontrata con questo strano particolare. Quelli che vanno per la maggiore si sviluppano a New York e Londra, seguiti, se proprio vogliamo stare nella nostra bella e complessa penisola, da Milano e Roma. Ma tipo... Recanati? Mantova? Matera? 
Io sono molto curiosa, anche quando si parla di culture e paesaggi, ma non lo sono solo con l'altra parte del mondo. Se ci sono differenze incredibili tra la mia città - Arezzo - e Siena, a partire dai tornei medievali che rappresentano in estate (quartieristi e contradaioli potrebbero odiarmi per le scelte lessicali e per aver creato affinità tra i due) fino ad arrivare al modo di parlare, città che sono a quarantacinque minuti l'una dall'altra, immagino che ce ne siano anche con quelle più lontane e sarebbe interessante leggere un'avventura romantica in una di queste piccole o grandi realtà.
Chissà, forse cercando bene li troverò, o forse continuerò a leggere quelli ambientati a chilometri da me. Tutto sommato, la cosa che conta è che la storia sia sconvolgente al punto da farmi dimenticare dove sono, e soprattutto che ho fame e sete. Se ci riesce, sono fregata, e lei ha vinto, pure se è a New York. 

M. 

mercoledì 25 marzo 2015

Liebster Award 2015

Quasi non ci credo. Il mio piccolo, roseo e abbastanza insulso bloggettino nominato? Ma che meraviglia!
Adesso vi spiego tutto. Questo pomeriggio, rientrata a casa dal lavoro, ancora rintronata dalla spassose e/o fastidiose domande dei miei utenti, bagnata dalla pioggia insistente che mi ha infeltrito i capelli, ho scoperto che Il mondo di M. è stato nominato per il Liebster Award 2015 dal dolcissimo Libri che porto con me
Ho impiegato qualche istante per rendermi conto che il mio spazietto rosaceo e strampalato era stato nominato. Non avevo mai pensato a questa simpatica possibilità. Ora, lo sappiamo tutti che il mio blog è troppo strampalato perché venga considerato tanto quanto gli altri, e sappiamo tutti che ci sono blog favolosi che meritano tale considerazione e che io posso solo danzare intorno a loro riversandogli addosso spizzichi floreali e intonando qualche strano canto glorificatorio. Ma tutto ciò non ha importanza. Sono stata nominata. Yuppidu.
Di cosa vado cianciando? Leggete sotto.

 
Liebster Award 2015
Un Liebster è un premio che viene conferito ai blogger con lo scopo semplicissimo di farlo conoscere in rete. I blog che vengono nominati devono a loro volta nominare altri blog così che si crei una catena di blog. Così facendo si ha la possibilità di non perdere neanche un blog!


Regole:

- Ringraziare il blog che ti ha nominato
- Rispondere a dieci domande
- Nominare altri 10 blog
- Porre 10 domande
- Comunicare la nomina ai dieci blog scelti


Le domande che mi sono state poste e le risposte:
1. Quanto conta per te la copertina di un libro?
Molto. Quando vado in libreria la prima cosa che mi colpisce è la copertina, seconda il titolo, terza, ma solo terza, la trama. Ho perso libri favolosi per colpa di una poco convincente copertina e ho letto libri... non troppo speciali con una copertina spettacolare.
2. Hai mai letto libri in lingua originale? Quali?
Ne ho letti molti all'università e altrettanti per interesse personale. La lista sarebbe troppo lunga quindi stringo su quelli "extrascolastici" che mi sono piaciuti di più: Je voudrais que quelqu'un m'attende quelque part, L'élégance du hérisson, No et moi.
3. C'è un autore o autrice di cui non leggeresti mai nulla? Perché?
Ci sono autori che ho letto e che non mi hanno appassionata e che probabilmente non leggerò più. Qualche esempio? Mi sento un po' in colpa, ma ve li dirò: Margaret Mazzantini e Susanna Tamaro. Non fanno per me.
4. Tre libri che ti hanno cambiata.
Più che cambiare me hanno cambiato il mio modo di vedere le cose, o di approcciarmi al mondo, e sono tanti. Tentando di generalizzare direi che gli storici sono quelli che hanno più potere, perché mi aprono gli occhi sul passato e su ciò che l'umanità può fare, in positivo e in negativo.
5. Come sono le tue recensioni?
Strambe, come tutto il resto. Più che di recensioni parlerei di commenti/idee/volteggiamenti/follie su libri che mi sono piaciuti tanto, o che mi hanno colpito. Spero di invogliare la gente a leggere le storie che mi lasciano qualcosa, a partire dal sorriso.
6. Dimmi una cosa che hai conosciuto o scoperto grazie ai libri.
Attenzione, pericolo carie!
Per essere felici basta poco. 
7. Tre libri che hai sottovalutato ed invece ti sono piaciuti?
Tutta colpa delle stelle, Tre volte all'alba, Il giovane Holden
8. Un tuo amico ti chiede cosa fai stasera, e tu rispondi che non farai altro che leggere un bel libro. Lui ti deride, cosa rispondi?
Non potrebbe mai deridermi perché probabilmente è incollato alle pagine di Trono di spade, ma se proprio fosse, gli chiederei come passerà la serata e qualunque sarà la sua risposta lo prenderò in giro. Mhuahuhau. Uhm.
9. Cosa ti ha spinto ad aprire un blog letterario?
Ho scritto un libro e non avevo idea di come farlo conoscere, così ho scelto la strada più complessa: aprire un blog. Perché avere un blog e scrivere un libro ha senso, il/la blogger ha un suo seguito e sicuramente farà grandi cose, ma se scrivi un librino sotto pseudonimo, non lo dici alle persone che conosci e non ti fai pubblicità a pagamento, aprire un blog non ti serve a niente. Eppure mi sono presa una cotta stratosferica per il mio spaziettino colorato e ora non saprei come fare a non averlo. 
10. Chiudi con la tua citazione preferita! 
"Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido."
Albert Einstein 

Ora arriva il vero problema perché non conosco abbastanza blog da nominare - e molti di quelli che seguo potrebbero non amare questa cosa - e non mi vengono in mente domande abbastanza intelligenti. Di nuovo, yuppidu. 

Le mie domande:
1. Perché hai aperto un blog?
2. Quanto segui i blog degli altri?
3. Quanto commenti i blog degli altri?
4. Quanto pensi che sia importante la grafica?
5. Come reagisci quando ti chiedono qual è il tuo libro preferito?
6. Qual è il tuo libro preferito? (Hihi) 
7. Qual è il tuo classico preferito?
8. E-book o cartaceo?
9. Cosa ne pensi dell'autopubblicazione?
10. Tè o caffè? (oh santa madre!)

Blog che nomino: (tranquilli, potete far finta di non essere in questa lista!)
Davvero, gli altri mi sbeffeggerebbero. Devo fermarmi qui. No? Ok. Sigh.
Te lo dice Patalice
Scrivere per caso
Scrivere è vivere

 
Ringrazio ancora una volta l'adorabile ragazza che mi ha nominata e che mi ha fatto trascorrere un po' di tempo allegreggiando grazie alle sue domande. 

Vi emmo,
M.

venerdì 20 marzo 2015

Le emoticonSSS

Emmosissimi emmelettori (che ridondanza!),
scopro che ci sono persone che non amano le emoticons. Non concentratevi sul fatto che ho scelto di mettere la parola inglese al plurale sebbene la lingua italiana insegni che le parole straniere non cambiano da singolare a plurale. Tornate sulle emoticonSSS.
...
...
Uhm.

Prendiamo l'esempio di Fb. Se una persona mi fa i complimenti, o dice una cosa dolcissima, dovrei limitarmi a scrivere: Grazie, che carina/o!
Non male, no? Molto dolce e sentito. Ma se la persona ti fa un miliardo di complimenti e dice un'infinità di cose dolci, Grazie, che carina/o!, risulterebbe freddino. Molto freddino. Soprattutto perché in verità la mia faccia assomiglia a una palla rosa che al posto degli occhi ha degli immensi cuori e al posto della bocca un enorme limone che riproduce un sorriso. Dire: grazie, che carina/o! sembra un po' povero. Misero. Miserrimo.
Se volessi comunicare veramente ciò che sento per ogni commento dovrei scrivere il mio stato emozionale e descrivere le mie espressioni, della serie:

A occhi socchiusi, tanta è l'emozione, sorridente come un bambino/ragazzo/trentenne nato negli anni '80 che riceve il suo primo Millennium Falcon della Lego, mi appresto a rispondere. Rifletto a lungo su ciò che voglio scrivere ma nessuna parola sembra abbastanza. "Che carina/o, grazie!" Un'emozione strana mi pervade e non mi tolgo il sorriso dal viso.
Allora, che dite, vi sembra il caso che ogni volta che sono in questo stato di esaltazione risponda a qualcuno sproloquiando in tal modo? Non vi pare più semplice un'emoticon?
Ci sono persone che non hanno bisogno di esprimersi con il viso. Io parlo più con la faccia che con le parole e cambio espressione facciale come un Alessio cambiava donne prima di Dafne, o come Dafne cambia libri. Se non avete letto il mio romanzino, vi faccio un altro esempio. Cambio espressione facciale come una fashion victim cambia vestiti. 
Nonostante ciò sto provando a essere meno "faccinosa" (che?) ma mi sembra di oscurarvi una parte di me. Va beh, a voi potrebbe non interessare una mazza (mmm) della mia parte oscura, del lato oscuro della forza... sto decisamente cambiando argomento. Il Millennium Falcon citato poco fa mi sta trascinando in un'altra dimensione.

Tornando all'argomento portante: mi impegnerò a usare le faccine il meno possibile. Uhm. 0.o

Ma perché la gente non le ama?

M.

P.s. - un giorno smetterò di cambiare la grafica del blog, ne sono sicura. Per adesso non ce la faccio. Ogni tanto mi rendo conto che non mi calza abbastanza bene e sento il bisogno di modificarla. 

venerdì 13 marzo 2015

Sulla paura di non scrivere niente di carino quanto il precedente

Cari,
come ve la passate? Pronti per essere sommersi da valanghe di parole? 
Sicuri? Allora parto. 

Non so se è una cosa normale oppure no quella che mi succede. Probabilmente accomuna molti autori ma non lo so con certezza perché in tutta la mia vita ho parlato solo con altri due autori, solo via e-mail o tramite commenti bloggeschi e solo negli ultimi mesi, quindi non posso generalizzare. Di cosa parlo? Della paura di non riuscire a scrivere niente di carino quanto il precedente. Badate bene, non dico scrivere un capolavoro degno della narrativa mondiale (ahahahahah. Ah.), ma almeno riuscire a raggiungere la stessa briosità del precedente, anche senza superarlo, sì, lo vorrei tanto. In questo periodo sono alle prese con due cose completamente diverse. Da una parte c'è la famosa saga, dall'altra il genere a cui mi sono data ultimamente. Mentre con la prima riesco ad andare più tranquillamente perché mi sono addentrata in un genere che non avevo mai scritto, con la seconda sento una pressione incredibile. Apro word, leggo quello che ho scritto e mi rimetto al lavoro, pensando continuamente se sarà all'altezza del precedente. Una tortura. Perché è ovvio che non sarà come il precedente e che potrà piacere meno, o più. Anche gli scrittori che adoro (non mi sto paragonando a loro! Giuro! Non sono così pazza!), quelli di fama internazionale, scrivono libri a volte più belli a volte più brutti, quantomeno per un giudizio personale. Perché allora non scrivo senza entrare in paranoia? Le risposte potrebbero essere due:
- sono una scrittrice (cheee??) ed è naturale che io abbia paura di scrivere qualcosa che potrebbe non piacere
- sono una palla vulcanica.
Ah, ecco la risposta! Sono una palla perché penso troppo, sono vulcanica perché lo faccio con l'intensità dell'Eyjafjöll, il vulcano islandese che qualche anno fa ha bloccato l'Europa (nella foto però c'è l'Etna.)
Esiste una soluzione a questo? Non penso. Non ho certo intenzione di chiedere ai grandi della narrativa italiana se pure loro si trovano nella mia stessa posizione... voglio dire, loro sono loro, io sono io. Se mi ridessero in faccia o non mi rispondessero, avrebbero tutte le loro ragioni. E poi io, io, che non mi blocco anche per rispondere a un commento, mandare un'e-mail o un messaggio a un grande nome per curiosare sulla sua vita scribacchina?
Ma dai! Non è umanamente considerabile.
Adoro fare quello che faccio, e adoro voi che mi leggete. Adoro sapere che le lettere che premo sul laptop si trasformano in parole, discorsi e storie che a qualcuno piace leggere. Adoro avere un blog, adoro scrivere libri. Adoro pure essere M.. Penso che il giorno in cui vi dirò chi si nasconde dietro questa deliziosa lettera continuerò a firmarmi e a chiamarmi M. 
Adoro tutto, ma la paura di non riuscire a scrivere niente di carino quanto il precedente non mi piace per niente. 

Vi emmo, emmosi emmelettori, e vi sommergo dalle emme.
M. 

venerdì 6 marzo 2015

Anastasia Steele e Mr 50 sfumature

Io sono una pasticciona. No, no. Sono imbranata. Sì, questo va meglio. Pasticciona implica l'idea di pasticciare, e io non pasticcio affatto. Non nel senso che non uso farina, zucchero e uova ma nel senso che ho la tendenza ad approcciarmi alle cose in punta di piedi, e quindi raramente pasticcio. Però "imbranateggio". Faccio cadere gli oggetti, arrossisco quando mi sento sotto osservazione, complico le cose semplici e ancora di più quelle meno semplici. Per esempio non riesco a fare commenti decenti ai post, né su facebook né sui blog. Le mille idee che ho in testa si semplificano in una frase nel momento in cui le scrivo, e poi "imbranateggio" pure lì. Perché magari ho lasciato un punto, e ce lo voglio mettere a tutti i costi, allora cancello tutto ma ne rimane la traccia perché non ho pensato a eliminare del tutto ciò che ho scritto, e finisco per fare quello che mai avrei voluto fare, cioè scrivere un commento imbarazzante. Spesso e volentieri, quindi, preferisco evitare di lasciare impronte di M. e delle sue "imbranataggini" in giro, tanto per mantenere una certa compostezza di facciata. Quale compostezza? Oh santa madre, non lo so. Alle volte fate domande troppo difficili.

Parlando di imbranate, non so come, mi è venuta in mente Anastasia Steele e quindi il suo Mr 50 sfumature. Ebbene sì, miei cari, dolci e amati emmelettori, ho ceduto e sono andata a vederlo. A questo punto faccio una premessa. A me i libri non sono piaciuti molto, ma non perché, come tanta gente dice, siano scritti male, siano ripetitivi e siano assimilabili agli Harmony. Credo che commenti come questi siano facilmente ignorabili, visto che E.L. James ha praticamente reinventato un genere, si è fatta amare e leggere da mezzo mondo e ha pure avuto la soddisfazione di vedere la sua storia al cinema. Insomma, le critiche mosse nei suoi confronti arrivano fino a un certo punto, e si fermano anche quando si fa un paragone con gli Harmony perché visto il successo e il seguito che hanno eviterei di dire baggianate in proposito. 
No, i motivi per cui non mi sono piaciuti i libri sono che non sono un'appassionata di New Adult, e questo lo avevamo già detto, e che la storia non riesce a provocarmi nessuna emozione. Batticuore, paura, curiosità, rabbia... niente. Sì, inquietante l'idea che non mi abbia suscitato nessun rimescolio, visto che è alquanto erotico. Che dipenda da come sono raccontate le scene? Penso di sì. Libri come Dieci piccoli respiri (ve ne ho parlato qui) e Il cavaliere d'inverno (qui) fanno tutto un altro effetto.
Il film ha avuto lo stesso esatto risultato. L'ho trovato abbastanza fedele al libro e quindi ha suscitato una sensazione di piattezza non molto simpatica. Mi sono entusiasmata di più davanti ad alcuni documentari. No, tranquilli, non quelli sui ragni. 
Insomma, quando due personaggi si baciano io mi emoziono, soprattutto se i due personaggi mi piacciono. Mi vengono le lacrimine, i crampetti allo stomaco (come sono disgustosa, eh?). Con Christian e Anastasia (chi?) non è successo niente di niente. 

Ok, vediamo un po'. Possibili fattori per i quali non mi è piaciuto:
- Anastasia è troppo bella e troppo grande per poter essere vergine;
- Christian la prende a sculacciate (scena inguardabile. Almeno durante la lettura ero riuscita a non figurarmela);
- Anastasia diventa una dea del sesso nel tempo che io impiego a mangiare un cioccolatino (se si tratta di Kinder sono un po' più lenta, ma non supero comunque i tre minuti);
- parla solo di sesso;
- nessuno dei due è credibile (questo punto è legato al primo e al terzo ma sentivo il bisogno di ribadirlo, scusate);
- non succede niente;
- non succede niente. No, non è un errore. Sì, l'ho voluto ripetere. Se qualcuno replicasse che il mondo è pieno di libri meravigliosi in cui non succede niente non potrei che dargli ragione. Il mio commento dimostra che 'sto libro e 'sto film non sono fatti per me;
- la storia d'amore pare un po' fasulla. 

Mi è piaciuto:
- Ehm... 
- Il successo che ha ottenuto. 

Forse, e dico forse, nelle storie d'amore mi piace che ci sia... la storia d'amore.
Riassumendo: non capisco perché la gente si scagli contro la scrittrice e il suo libro dandole dell'incapace (che scriva bene o no, ha venduto un numero di copie spropositato). Non capisco perché su di me non abbia l'effetto che ha sulle altre. Non capisco come le donne riescano a trascinarsi dietro fidanzati e mariti. Non capisco perché lui la debba prendere a sculacciate.
Non capisco molte cose, però sono andata a vederlo lo stesso e ho speso dieci euro per un film che non mi ha lasciato molto. Ciò dimostra che sì, E.L. James è un genio. 

Miss M. 
(non è pronta a ricevervi perché come sempre ha sonno.)

P.s.- sapete che parlo sempre in positivo dei libri e che non mi azzarderei mai a criticarne uno. Questa volta ho fatto un'eccezione. Mi perdonate?