giovedì 18 giugno 2015

Blog, seguito e individualità

Tento di non farmi imbrogliare dalla pubblicità dei cornetti gelato che imperversa in tv. Da quei ragazzotti che, felici di essere in vacanza, vagabondano da una spiaggia all'altra mangiando delizie a non finire senza prendere un grammo.
Voglio un maledetto cornetto. 
Ma ne farò a meno perché non sono un'adolescente errante ma una giovane/adulta più o meno stanziale che deve affrontare l'irritante prova costume.
Tutto ciò non ha niente a che fare con il tema di oggi, quindi posso anche concludere e passare al dunque, e cioè...

Tra i blog che seguo ci sono i litblog, anche se non tanti come vorrei. La causa di ciò è che non mi piacciono le critiche negative. Badate bene, non vado in cerca di blogger che decantano la beltà di evidenti ciofeche, ma coloro che sputacchiano in modo palese su certe letture mi creano un vago disturbo. Per questo ho abbandonato alcuni blog che davano i voti. Con voti intendo stelline/fiocchettini/conchiglie e via dicendo. Alcuni, non tutti, perché ci sono blog che, pur utilizzando dolcissime coccardine/cuoricini/orsacchiottini, dicono le cose come stanno senza eccedere in malignità, presentando i libri in modo impeccabile (vedi Sognando tra le righe, che non ha rating e che esprime le sue opinioni senza sovrastare quelle del possibile lettore, e Briciole di parole, che ce l'ha ma che giustifica con estrema dolcezza ciò che non apprezza). 

Con il tempo, quindi, ho scremato. 

Poi ci sono i blog in cui riesco a muovermi, più o meno, tranquillamente perché mi sento a mio agio in ciò che leggo, nella modalità in cui i proprietari si approcciano e nell'empatia che in qualche modo si è creata (sapete chi siete).
E poi ci sono i blog a cui non riesco ad accedere. Quelli che seguo ma che mi respingono. Non c'è nessun Gandalf che, capelli al vento, urla "Tu non puoi passare!". Sono io il Gandalf di me stessa e lo sono perché quanto a commenti sono una disadattata. L'ho capito, a questo punto. Ho un blog da quasi un anno e ancora non riesco a rispondere a modo o a scrivere una mia idea sugli articoli degli altri. Non me ne faccio un gran cruccio, però... sarebbe carino poter andare oltre, poter comunicare qualcosina in più. 
 

Va anche detto che alcuni blog facilitano l'interazione sia attraverso domande poste ai propri interlocutori, sia attraverso risposte a commenti mentre altri non lo fanno in alcun modo. Vuoi per mancanza di tempo, vuoi per mancanza di voglia, vuoi perché "chi esser tu, sciocca M., che ti muovi scodinzolando nel mio territorio?" rimangono estranei al nuovo. Io sono estranea un po' a tutto, quindi non raggiungiamo dei grandi risultati. 

Altro punto interessante che a suo modo è collegato ai blog è l'idea di individualità. Ci ho messo 32 anni per raggiungere la mia anormalità. È mia. Mi piace com'è e voglio che rimanga mia. Il modo che ho di scrivere, quello che ho di parlare, come mi rapporto alla gente, come sorrido, come chiamo le cose, come arrossisco.  

Individualità. 

Questo pensiero è emerso qualche tempo fa quando mi sono accorta che pur avendo abbastanza visualizzazioni le persone che commentavano non erano poi molte. Nessun problema, mi son detta. Io sono la maga-del-non-commento, quindi perché pensare che per gli altri dovrebbe essere diverso? Poi ho temuto che potesse dipendere da come io mi approcciavo ai lettori. Troppo diretta, troppo arzigogolata, troppo demenziale. Se mi fossi rapportata in modo meno strano avrei potuto ottenere altro. Se avessi scritto cose più serie, in modo più usale, avrei potuto ottenere più chiacchieranti. Se mi fossi adeguata alla modalità comunicativa di altri blog avrei visto risultati diversi. Più condivisione verbale. 



Ma il pensiero è durato circa cinque minuti. Dieci, dai. Poi è scomparso. 32 anni. 32 anni per diventare così. 32 anni per accettare che sono timida, per strutturare la persona che sono, per digerire che non sono chiacchierona come pensavo. 32 anni per creare e plasmare uno stile di scrittura che, bello o brutto che sia, mi appartiene. E mi piace. Per questo non ho intenzione di cambiarlo né di cambiare il resto.

Se anche qui, nel mio mondo, dovessi relazionarmi al mondo nel modo in cui il mondo si aspetta, e non in quello che mi racconta, finirei per chiudere tutto e darmi allo sport. Tipo al ciclismo, o al tennis. Non certo al calcio, alla pallavolo o al pattinaggio (i migliori). 

Quindi, tirando le somme, il mio bloggerello non cambierà. Mi piacerebbe avere più commenti? Sì, chiaro. Mi piacerebbe che altri blog mi integrassero senza sforzi eccessivi da parte mia? Sì, chiaro. Sono disposta a cambiare il mio modo di approcciarmi ai blog/blogger? Uhm... no. Perché è l'unico spazio completamente mio, è l'unico ambiente in cui posso essere in tutto e per tutto quello che mi sento di essere. Quindi: pace. 
Vedervi gironzolare qui in giro è bello comunque.

Baci, emmelettori silenziosi. 
Baci anche al Gandalf che si nasconde da qualche parte.
E baci a tutti gli emmetesori che, in un modo o in un altro, ci sono. 

M. 

P.s.- talvolta mi autocensuro. Avevo pensato di farlo anche con questo articolo ma non avrei tenuto fede al predicozzo soprascritto.  

P.p.s.- questa cosa di scegliere un giorno fisso a settimana per i post mi stressa. Sappiatelo. Sappiate che da oggi potrei iniziare a pubblicare a caso. :D 

venerdì 12 giugno 2015

Endgame e...

L'estate è arrivata e per me inizia il periodo in cui il tempo per leggere quasi scompare. Per leggere, per scrivere, per bloggeggiare, per... posso dire cazzeggiare? Si tratta del periodo lavorativo più intenso.  

 
 
So a cosa state pensando. Ma come, il periodo più figo dell'anno è quello in cui tu lavori di più? 
Già.
Ma anche: e a noi che ce ne frega?
Uh.
Oppure: pensi di essere la sola?
Uhm.

 Ciononostante continuo a fare tutte le cose che voglio fare e quindi sclero. Sclero a modo mio, ovviamente, cioè in silenzio. Non urlo, non mi arrabbio, non ho scatti di nervi improvvisi, non tratto male nessuno. Sclero facendo qualche frignatina, sclero mettendo il broncio a me stessa e sclero ricordandomi che "chissenefrega del lavoro! Io voglio essere felice". Me lo dico ma poi, nelle ore di lavoro, lo ignoro.

Purtuttavia (ma senti che roba) faccio tutto ciò che voglio fare. Coccole, relax, uscite, gelati, scribacchiate sul blog, scribacchiate di capitoletti, letture. Solo che negli ultimi mesi sono stata un po' sfortunatella quanto a libri interessanti. Non ho letto niente che mi prendesse al punto da farmi dimenticare di bere e mangiare. 
Ho letto molto, ho letto tutto. Alcune storie le ho trovate molto carine, altre piacevoli, altre ancora strane. Mi ostino a leggere New Adult pur sapendo che mi innervosiscono. A mia discolpa posso dire che quando compri un libro su Amazon non c'è scritto New Adult. C'è scritto Romance. Curiosa come una scimmia e sdolcinata come una confezione di caramelle gommose, mi fiondo a comprarlo e poi... delusione. Vengono descritti i più sordidi dettagli. Ma perché? Mi piacciono i baci, e mi piacciono le descrizioni dei baci. Mi piace quando si parla di sentimenti, quando si sussurrano le cose. Ma te prego, le produzioni corporali no. Te prego. Non voglio sapere cosa succede a lui/lei quando arriva al dunque. Lo sappiamo tutti cosa succede. Non raccontarmelo. Te preeego.
 

Tra gli interessanti annovero Endgame. Non ho ancora capito se mi è piaciuto o no, però è indubbiamente innovativo e particolare. Lo stile è alternativo, la trama è ben pensata. Non lo so. Ho sofferto dall'inizio alla fine perché la storia è raccontata da più punti di vista, una dozzina circa, e avevo paura che i personaggi a cui mi stavo affezionando morissero da un momento all'altro. Non che sia facile affezionarsi a qualcuno in un libro come questo. 
Insomma, non so proprio che dirvi, se non che ho deliberatamente ignorato il gioco. Ne avete sentito parlare? Qui trovate le regole. Se, come me, volete arrivare subito al dunque della comprensione, vi consiglio di fare un salto sul blog Sognando tra le righe per capire al volo di cosa si tratta. Io ho finto che il gioco non esistesse e mi sono letta il libro come avrei fatto con qualunque altro, ma forse non funziona così. Magari se mi fossi impegnata invece di scorrere con l'indice sulla pagina degli indizi - l'ho letto dal Kindle -, la storia avrebbe avuto un altro effetto. 

Nondimeno (ah!), ho preso a seguire svariati blog. Questo ficcare il naso nelle parole degli altri, nei pensieri, nei ragionamenti, è bello. Non è un vero ficcare il naso ma voglia di condividere un'idea. Se becco la persona che la pensa proprio come me è una figata.  

Mi piace leggere cosa scrive e pensa la gente e, come ben sapete, mi piace scrivere. Ciò che mi piace meno è armeggiare con il blog. Devo essere più precisa: armeggiare con il blog è divertente. Non è affatto divertente non riuscire a fare le cose che vorrei fare. 

Qualche settimana fa, per esempio, ho apportato dei piccoli cambiamenti. Probabilmente voi non ve ne siete accorti perché ho replicato quasi in tutto quello che c'era prima, però ho sconvolto ogni cosa. Dopo averlo fatto i post apparivano scritti in lettere più piccole e non riuscivo a modificarli. Nell'unico caso in cui ci sono riuscita i paragrafi sono stati scomposti a suo piacimento. Mi snerva questa parte tecnologica. La tecnologia no, mi aggrada, ma la tecnologia che non riesco a gestire perché non risponde ai miei comandi è un'altra storia. Che poi, sarà vero che non risponde ai miei comandi, o sono io che faccio qualcosa di sbagliato? Chi lo sa.  

M., la donna tecnologica
Ah, ah. 

giovedì 4 giugno 2015

Cookies: non si mangiano ma si usano, pare

Emmosi,
come ve la passate? Io ho sconfitto la faringite e ne sono fiera. Il fatto che la vittoria dipenda dall'antibiotico non intacca minimamente il senso di potenza che mi pervade. Anzi, voglio una corona sulla testa, uno scettro tra le mani e un giullare di corte che lodi la mia abilità. Ho vinto. 

Ora che ho magnificato la mia persona posso andare al dunque. 
E quindi al panico.
O al nervoso.
O all'abbandono del blog.
Non perché io voglia davvero abbandonare il mio bel blogghettino ma perché ho scoperto che il Mondo ha deciso di mettere in difficoltà me e tutte le personcine che come me non ne capiscono un accidente di blog e siti.
Parlo della Cookie Law


Quando ho letto le info sul blog di Michele non mi ero posta tanti problemi. Ma rileggendolo, e ponendo attenzione sul suo sonetto - ho deciso che è un sonetto - ho iniziato a farmi delle domande. E a non darmi delle risposte.
Questo perché nonostante le mie ricerche non sono riuscita a trovare niente di valido per placare le mie incertezze. 
Non tralascerò il fatto che è assurdo che venga richiesto a impediti come me di fare roba sensata nel proprio blog. Se una persona che non ne sa assolutamente niente del web decide di aprire un suo spazio su internet - senza sapere dove cacciarsi le mani, se non in quel posto dove non batte la luce e che è bene non nominare - non gli si può chiedere di dare un'informativa sui cookies. No, no, non insinuate che se non sa dove mettere le zampe se le deve cacciare lì. O che non deve aprire un blog. No. Anche se avete ragione: NO. 

Ora, io un'informativa (le info le trovate qui) la posso pure mettere, ma... 
  • si devono identificare tutte le categorie di cookie e le loro finalità > Quali diamine sono? Non ne ho la più pallida idea. Non sapevo nemmeno che avessero delle finalità. Non capisco a cosa serva tutto ciò. Appena mi rendo conto dell'utilità di un blog. 
  • si devono identificare le terze parti che potrebbero inviare dei cookie > Chi? Chi sono? Come lo scopro? Come posso dare dati di questo genere se non so cosa siano?
  • si devono elencare i cookie in base alle finalità di trattamento > Ma in che senso?
  • si devono identificare i link alle privacy policy e ai moduli di consenso delle terze parti con le quali il titolare/gestore del sito ha stipulato accordi per l’invio dei cookie dallo stesso sito. In mancanza di contatti con le terze parti o nel caso in cui fosse particolarmente difficile individuare tutte le terze parti inserire i link alle privacy policy degli intermediari > Eh?
  • si devono aggiornare le privacy policy > Mmm. 
  • si devono creare script che gestiscano il consenso all’interno del sito. Questa è l'unica cosa che sono in grado di fare. Ma serve, se non faccio tutto il resto? E davvero rischio di prendere una multa perché non ho le abilità per fare niente di tutto quello che mi viene richiesto?

Dopo aver letto e riletto una decina di articoli, l'unica cosa che mi rimaneva da fare era chiudere il blog. Vi ricordo che lo streptococco aveva la meglio e vi assicuro che ragionare su come proteggere l'umanità dai Cookies quando avrei voluto proteggere me stessa dal mal di testa che è scaturito dopo le mille ricerche non era per niente simpatico.
Intorno alle 15.00 di mercoledì pomeriggio, con la felpa sulle spalle e la coperta sopra - i 30 gradi esterni e i 25 interni mi facevano un baffo! -, - primo giorno senza febbre, felice di poter finalmente fare qualcosa che non fosse rotolarmi sul divano -, avevo deciso di mollare tutto. Pensavo: se faccio quello che ho visto fare a molti blog non mi comporto come è espressamente richiesto. Faccio una parte di ciò che dovrei fare e non so nemmeno se la faccio bene. D'altro canto, pagare qualcuno per fare questa cosa, sempre che sia fattibile, mi pare assurdo. 
Ma insomma, guardatelo. Vi pare un blog che sa come e cosa fare? Vi pare un blog che ha idea di quali siano i suoi cookies? Sempre che ne abbia di personali. Suppongo di usare solo quelli di terzi.
Non mi rimaneva che chiuderlo però... sono andata avanti e ho litigato con Blogger. Poi Michele, dall'alto della sua saggezza, mi ha indicato un link che non ha del tutto schiarito il cielo ma ha indubbiamente riportato un po' di sole.
Per farvela breve: mi sono adeguata e ho cercato di fare del mio meglio. Probabilmente non c'è una cosa che sia fatta bene ma oltre questo non so andare. Trovate il tutto qui

E voi?

Ho approfittato di questo scombussolamento per inserire le pagine statiche - anche perché quella sui cookies è obbligatoria - e integrare La versione di Alessio in modo più ufficiale. Vi ricordo che se non vi è piaciuto Innamorarsi ai tempi della crisi sarebbe meglio evitare di leggere pure questo. Lo dico per voi, eh.  

P.s. - Per dimostrare le mie incapacità basta pensare al fatto che ho inavvertitamente dato invio a un post che era solo in rilettura, cioè questo. Forse dovrebbero davvero vietare la gestione di un blog a persone con tali livelli di inefficacia tecnica. Non ci sarebbe nemmeno il dubbio su come fargli inserire la pagina dei cookies. 
Per farla breve: il post del venerdì è questo. 

M. e i cookies che invia senza saperlo

martedì 2 giugno 2015

Felicità è un pizzico di noce moscata

Giugno. 30 gradi. Vedo il sole che illumina il cielo e le strade. Lo vedo attraverso il vetro, oltre le tende. Ma lo vedo e basta. Perché io sono a casa con la febbre e lo streptococco.
Non c'è bisogno che vi narri il mio disappunto attraverso meste e infastidite descrizioni né che vi racconti i pensieri funesti sugli sferici gram-positivi che mi punzecchiano la gola, per cui vado subito al dunque. 

Quando diverse settimane fa ho ricevuto la nomination per il Liebster Award (coccarde e musichette di giubilo si diffondono nell'aria) ho risposto a una domanda relativa alle copertine dei libri. Che siano cartacei o ebook, la copertina è essenziale. Mi aspetto che, in un modo o in un altro, rispecchi ciò che è all'interno del libro e se non mi colpisce temo che non possa colpirmi nemmeno la storia. Ovviamente non sempre questa congettura si trasforma in teoria e/o in realtà. Mi è capitato di leggere libri favolosi che avevano un'immagine esterna non molto propedeutica e altri con una foto o delle illustrazioni spettacolari con un impasto che nascondeva una fregatura. Un po' come quelle uova di Pasqua gigantesche, colorate e dal sapore delizioso. Ti aspetti che la sorpresa sia magica, tipo un elicottero telecomandato, un portavivande, un grattacielo, il martello di Thor a dimensioni naturali, e invece ci trovi... una gomma. Un lapis. Un pupazzetto di plastica. 
Insomma, checché se ne dica la copertina è rilevante. E pure la sorpresa.
Per questo oggi vi parlo di questo libro. Quando ho visto l'involucro esterno ho perso la testa. Era così simpatico, allegro, spensierato. Così colorato, tenero, amichevole. Non poteva che essere un libro favoloso. Il titolo però mi turbava. Non sono fatta per le storie che intrecciano le trame con il cibo. Ma questo...
Meg non ricorda quasi nulla della propria infanzia, ma poco importa: la madre Valerie, svagata e fantasiosa, l'ha cresciuta nutrendola di storie meravigliose sul suo passato e sulla sua famiglia. E intanto, nella cucina che profumava di frutta e cannella, sfornava a ripetizione un dolce più buono dell'altro. Le ha raccontato, per esempio, che alla sua nascita la casa si era riempita improvvisamente dell'aroma intenso della noce moscata; che da piccola era così dolce che le bastava intingere un dito nel tè per zuccherarlo; che suo padre era un grandissimo pasticciere morto mentre preparava una magnifica torta... Il giorno in cui ha scoperto che sono tutte bugie, Meg ha scacciato la fantasia dalla propria vita, e anche la madre. Dopo molti anni, la malattia di Valerie la riporta in quella casa che continua a profumare di dolci. Dove, nella sua ostinata ricerca della verità sul proprio passato, Meg forse per la prima volta si avvicina davvero alla strana creatura che è la madre, scoprendo a poco a poco il motivo delle sue tante, estrose bugie. E a poco a poco impara a conoscere il suo mondo, un mondo nuovo che le riserva moltissime sorprese, fra le quali anche l'incontro con Ewan, il giovane e affascinante giardiniere di Valerie, che parla con le piante come un filosofo e sa tutto di mitologia classica. Forse, in fondo, la vita non è un perenne scontro fra mente e cuore, fra logica e sentimenti, forse è semplicemente un misto di verità, bugie e tutto quello che sta nel mezzo...
Una storia atipica, una madre fantasiosa, una figlia troppo realista. Un giardino. Una cucina. L'impressione è di leggere due mondi che si sovrappongono. A volte ho avuto la sensazione di essere fuori dalla regolarità, in uno spazio narrativo completamente costruito, fantastico, ma poi c'era qualcosa, una parola, un fatto, un dato concreto che mi riportava alla quotidianità. Non credo di aver mai apprezzato prima un libro che spazia in questo modo. Quando ho finito Felicità è un pizzico di noce moscata ho pensato di aver letto qualcosa di strano. Ho letto un libro che mi ha emozionato senza che fossero i colpi di scena ad aumentare il mio ritmo di lettura. L'ho letto solo per il piacere di leggerlo. 
Meg, con il suo bisogno di realtà, con la sua voglia di sapere, si fa voler bene e lo stesso sentimento lo scatena la madre con le sue stramberie e il suo amore incondizionato per il prossimo. 
Lo stile dell'autrice mi ha incantata.
Continuando il paragone con le uova di Pasqua, sarebbe come aprirne uno dai colori vivaci e dal sapore delizioso e trovare come sorpresa un segnalibro. A me piacerebbe molto. Ma si sa, io ho una passione smodata per i segnalibri. E per le copertine simpatiche. E per la cioccolata, soprattutto se è al latte.  

Voi che state leggendo? Questo vi ispira?
 
M., la febbre e lo streptococco 

venerdì 29 maggio 2015

Il panico da sinossi

Hai finito. Il tuo librino/libro/romanzo/capolavoro nonché possibile ciofeca (perché tieni in considerazione la possibilità che il prodotto finale del tuo lavoro sia una ciofeca) è terminato e sei pronto a diffonderlo. Mandarlo a un editore. Autopubblicarlo. Sottoporlo all'attenzione di un un agente letterario. Farlo rivedere da un editor. Ci siamo. Ti manca giusto giusto quel piccolo, piccolissimo, quasi inutile pezzettino.
La sinossi.
E il panico si impossessa di te.


Ora, una persona che scrive, che scrive anche quando non scrive (vedi: nella sua mente, mentre fa altre cose), non dovrebbe aver problemi a fare una sinossi. La trama, per la pupazza. Sarai in grado di raccontare di cosa parla il tuo libro?
Di riassumere la sua storia?
Di intrigare l'editore/lettore/agente?
Di stimolare la fantasia?
Di dire senza dire troppo?
Di presentare realmente il testo che hai scritto?
Di toccare i tasti giusti?
Di non toccare i tasti sbagliati?
Di indirizzare le persone appropriate al libro appropriato?

Io non sono in grado, evidentemente. Mi sembra di scrivere delle tali barbosità da non riuscire a coinvolgere nessuno.
Perché? Cosa c'è di sbagliato nella mia capacità sinottica? 

Facciamo, dunque, un riassunto, dice M. a Monica. In fondo Monica, con i riassunti, è sempre stata brava. Sintetica al punto giusto, in grado di catturare i concetti importanti.

Riassunto fatto. Ma è un riassunto. Non è una sinossi-che-dovrebbe-invogliare-a-leggere.

M., a questo punto, dice a Monica di levarsi da tre passi e di lasciarle fare il suo lavoro. Ma non è in grado neppure lei. Perché in quella trama, in quel tot di parole che non deve/vuole eccedere, deve scriverci tanto. Deve dire tutto, e niente. Perché se dice tuttotutto non è più divertente scoprire il libro, ma se dice nienteniente nessuno capirà di cosa diavolo parla, il libro.

Siamo al punto di partenza. 


Sono andata a cercare sul web cosa si intende con sinossi e ho trovato varie risposte. Dal "compendio o riassunto di un'opera letteraria che permette di avere sott'occhio le sue parti essenziali" di Wikipedia, al "compendio di un'opera estesa che la riassume e ne pone per così dire sott'occhio le cose principali" di Etimo (non molto diverse, nevvero?).
Nessun aiuto, chiaramente. 
Facendo ricerca su "come scrivere una sinossi" del piffero, avrei aggiunto io presa dallo sconforto, ho trovato un sacco di consigli ma... niente da fare. Il blocco non accenna ad abbandonarmi.
Ed è un blocco che mi fa arrabbiare perché ne ho scritte tre, di sinossi, per lo stesso librino/libro/romanzo/capolavoro nonché possibile ciofeca e non me ne piace una.

Come ne vengo fuori?

M., talmente in crisi-da-battitura-sinossi da aver deciso di pubblicare un articolo nonostante un altro fosse pronto al lancio da settimane.

Che fastidio. 

lunedì 25 maggio 2015

L'intolleranza letteraria

Cari, splendidi e illuminati emmelettori.
Venerdì. Venerdì? Mmm... venerdì.
Facciamo così: il venerdì è il giorno ufficiale in cui pubblico, però posso postare roba anche negli altri giorni... andando un po' a caso. Eh, eh? Che dite? 

Diversi mesi fa, presa da un impeto di nervosismo che non sapevo come sfogare, ho scritto un post sull'intolleranza letteraria che non mi sono mai decisa a pubblicare. A suo modo era eccessivo e fastidioso, caratteristiche che non gradisco affatto. Ciò che conteneva, però, aveva spunti di riflessione interessanti e opinioni che mi appartengono sempre e comunque, quindi ho scelto di riportarvelo tale e quale a come l'ho scritto. 

L'intolleranza letteraria non mi piace. 
Leggi romanzi rosa? Perdindirindina, hai smesso di andare a scuola in quinta elementare? 
No, io questi libri, di così poco spessore, proprio non li leggo. Mi nutro di Premio Strega, non di sottigliezze di questo genere!
Fantascienza distopica? Santa madre, come puoi chiamarla fantascienza distopica dopo aver letto 1984 e Fahrenheit 451? Dai, sii sincero, non li hai mai letti!
Twilight un libro di vampiri? Ti sei mai trovato tra le mani Carmilla?

Vi è mai capitato di parlare con persone che hanno questo punto di vista sul mondo letterario? A me per fortuna non troppo, ma da quando ho un blog, da quando scrivo ebook sono incappata in discorsi che mi fanno arricciare il naso. A partire dalle recensioni su Amazon, recensioni scritte per romanzi rosa che già dalla copertina urlano "sono simpatico, leggero, divertente! Non comprarmi se vuoi una storia in stile Il dolore perfetto", il cui commento assomiglia a questo: Sì, carino, leggerino, ma niente di che. Storielline per adolescenti. Poca trama. Sempre le stesse caratteristiche. Romanzetto senza pretese.
Dai, vuoi farmi credere che non lo sapevi? Che lo hai comprato ignaro/a di ciò che ci avresti trovato dentro? Non se la beve nessuno. La domanda è: perché hai sentito il bisogno di scriverlo? Se leggo un romanzo storico, ed è pieno di storia, se a ogni pagina mi racconta i movimenti di un battaglione, se nomina re e regine, se inserisce dinastie che non conosco, non mi lamento. Un romanzo storico questo deve fare. Un romanzo rosa, soprattutto se ironico, di amore e divertimento deve parlare. Ma forse, se lo spessore non è alto, si sente il bisogno di ricordare che di solito si legge altro e che siamo incappati per sbaglio in un "romanzetto senza pretese".
Gli adolescenti di oggi si sentono in colpa se leggono certi romanzi perché sono considerati l'antitesi della letteratura e finiscono per non leggere niente. Niente. Certo, se si appassionassero a Manzoni sin dal primo incontro sarebbe uno spettacolo ma... siamo sinceri, chi di voi l'ha fatto? Per me I Promessi sposi sono diventati un bel libro a vent'anni, non a quattordici. Sì, è vero, la passione dovrebbe nascere con Stevenson o Doyle, ma se non fosse? Se a quattordici anni, incastrato in un corpo che ti sembra alieno con una mente che corre lontana, tu avessi bisogno di leggere qualcosa di tangibile? E se poi, con il tempo, il tangibile non ti sembrasse più abbastanza e avessi bisogno di impazzire tra le pagine di Hemingway o Hesse, non sarebbe magico?
Io leggo romanzi rosa. Io leggo fantascienza distopica. Io leggo fantasy. Io leggo Orwell, Calvino, Voltaire, Bulgakov, Ibsen, Bandello. Leggo Manfredi, Simmons, Shakespeare. Leggo i grandi classici, leggo la narrativa contemporanea, leggo romanzi storici. Leggo tutto, tranne i gialli e i thriller. Se escludiamo Hellen Fielding, Anne Rice e J.K. Rowling, i primi libri "tangibili" li ho letti a ventitré anni. Non perché non li ritenessi all'altezza (ma di cosa, poi?) ma perché non sapevo che oltre Euripide, Austen, Coelho, Diderot, Baricco, Balzac, Brecht e compagnia bella ci fosse altro. 
L'intolleranza narrativa non mi piace. E vi dirò di più. Non solo non mi piace, ma non la capisco nemmeno. Qualche settimana fa sono entrata in libreria con D. e degli amici, e dietro uno scaffale c'era una ragazza che parlava di Luciano Canfora come se fosse l'unico autore degno di essere considerato tale. Bene, la tipa, appoggiata su degli strani zoccoli con tacco stratosferico, diceva al ragazzo, che probabilmente avrebbe anche comprato l'intero negozio pur di farla star zitta: "No, tu che ne pensi? No davvero, di Canfora, che dici? Che opinioni hai? Cioè, secondo te..." 
Cosa vuoi che ne pensi di Canfora un venticinquenne alle 11 di sabato sera mentre inganna il tempo prima di andare a ballare? Nemmeno Canfora penserebbe niente di se stesso con la bistecca ancora sullo stomaco, il vino in circolo e te che fai domande a raffica neanche fossi una mitragliatrice narrativa. 
Io, che di Canfora ne ho fin sopra i capelli, e di cui non ricordo assolutamente niente, ho girato i tacchi e sono andata nel settore fantascienza/fantasy. 
Sì, avete ragione, così sono intollerante anch'io. Scusate. 

Beh, sapete che vi dico? Io spero che la gente legga. Che legga. Che legga qualunque cosa e non che non si vergogni di dire cosa legge. Perché lo sappiamo tutti che leggere apre la mente, che regala un lessico infinito, che stimola la fantasia, che fa cambiare idea, che permette di riflettere su se stessi e sul mondo, che fa crescere.
Che legga, l'umanità. Se qualcuno la guarda dall'alto in basso, o se la puzza sotto il suo naso diventa troppo pungente, che si finga stupida, l'umanità. Se si ha a che fare "intolleranti letterari" non si farà altro che compiacerli.
M.

venerdì 22 maggio 2015

La mia scrivania


L'estate arriva. Ah, meraviglia delle meraviglie. Se non consideriamo che la pressione precipita in modo sconsiderato - tanto che alle volte chi me la prova è convinto che il marchingegno che usa non funzioni - l'estate è la stagione più bella di tutte. Mangi ancora più tardi perché c'è la luce, guardi i tramonti, vai al mare, esci di più con gli amici, sei allegro. Ah, l'estate. Meraviglia.

Peccato che questo fine settimana torni l'autunno. Perché ovviamente è il fine settimana, e per quale sciocca ragione il fine settimana dovrebbe essere bello? No, meglio che il sole che spacca le pietre ci affascini fino al mercoledì/giovedì facendoci sognare, e ci saluti il venerdì facendoci mugugnare e borbottare.

Ma non siamo qui per decantare una stagione, né per lamentarci di un'altra. Oggi siamo qui, o almeno io sono qui, per parlarvi della mia scrivania. 

Non è poi così strana come cosa. 

Ho pensato che avrei potuto mostrarvi quella di qualcun altro. O che avrei potuto ripulirla e ordinarla. Ho anche pensato che avrei potuto evitare del tutto di farvela vedere però... evidentemente ho scelto un'altra strada. La scrivania che vedete in foto è la mia. Ah, ah! Incasinata come sempre, senza nessuna correzione fotografica. Accettato il carinissimo invito di Lisa, ho deciso di fare anch'io un meme. Il suo lo trovate su De agostibus. Il mio, qui sotto.

Di cosa ho bisogno quando scrivo?






1. Word, dunque il laptop. Posso scrivere anche su carta e dispositivi più piccoli quali tablet (se me lo prestano, dato che non ne ho uno) e cellulari, ma non così tanto, e di sicuro non romanzi interi. Dal pc posso accedere a qualunque cosa. Dizionari online (Treccani mi piace a dismisura), immagini di luoghi e protagonisti, finestre qua e là che danno risposte a domande non pronunciate, musica. 


2. Occhiali. Posso farne a meno quando esco ma se scrivo, leggo, guardo la tv o voglio riconoscere la gente, sono indispensabili. Se non li ho mi stanco dopo dieci minuti e mando in pappa tutto. Non riesco a scrivere senza e credo siano un'estensione del mio corpo.


3. Acqua, perché mi viene sete subito. Cerco di lasciare il cibo lontano anni luce ma ogni tanto la Nutella e i biscotti mi fanno compagnia. Terribbbbile.


4. Post-it. Mi appunto qualunque cosa, e appunto come capita. Quaderni, giornali, scontrini, biglietti da visita. Avere i post-it a portata di mano rende le cose più semplici.


5. Casse o cuffie pronte all'uso. La musica mi serve. Mi dà la carica, mi spinge, mi permette di immaginare, mi fa immedesimare. Mi fa ballettare. Quindi sì alle casse se sono sola, sì alle cuffie se c'è bisogno.


6. Un guanto. Uno solo, per la mano destra, quella che nella rilettura rimane sul mouse. Sono troppo freddolosa per farne a meno. Ah, è bucato. 


7. Quaderni vari dove registrare amenità e non. Per esempio parole che mi piacciono, verbi da usare al posto di "dire", nomi dei personaggi, possibili titoli del libro, cose da rivedere. 


8. Cianfrusaglie. Non mi servono ma mi piacciono. Penne, righelli, fogliettini, grappette... non me ne faccio di niente, veramente, anche perché non stampo più le cose che scrivo. I miei superfighissimi occhiali mi permettono grandi prodezze visive pure dal monitor del pc. 



Eccola qua. Banale? No, dai. 

La verità è che quando scrivo non ho bisogno di molto. Mi servono il laptop e word. O un quaderno e una penna. O il memo del cellulare. Tutto il resto è un contorno di cui non ho vera necessità. Certo, quando sono qui, nel mio spazio, le idee sembrano uscire più velocemente. Ma non posso dire che non mi succeda altrove. O che non sarei in grado di buttare giù qualcosa anche alla stazione degli autobus. 

Però avere la propria scrivania è un'altra cosa, lo so.



E le vostre? Dai dai, vogliamo sapere/vedere! 

M. 

P.s.- ho litigato con Blogger. Si vede? 

martedì 19 maggio 2015

The 100

Lo so. Vi dico che posterò di venerdì e poi me ne vengo fuori con un "articolo" di martedì. Non è che non voglia prestar fede a ciò che annuncio, però se avessi pubblicato ciò che leggerete sotto quando programmato, sarei arrivata tardi. Oggi è il giorno giusto, e tra poco scoprirete perché. 

Sono un'appassionata di serie tv. Trovo che siano spesso più avvincenti dei film. Quelli che mi piacciono davvero non sono poi così tanti perché il genere che preferisco inizia ad andare seriamente di moda solo adesso. Sto parlando di fantascienza e fantasy (ma non solo). Il cinema europeo, il poco cinema non italiano che arriva nelle nostre sale, raramente mi convince. Di quello nostrano escludo così tante categorie da non poterlo considerare più di tanto. Non sono un'esperta, quindi prendete le mie parole con le pinze. 


I telefilm, invece, mi danno grandi soddisfazioni. Non riesco a guardarli tutti nei tempi prestabiliti, sono sempre indietro di qualche puntata, ma li seguo. 
Il motivo per cui oggi intendo parlarvi di serie tv, di una in particolare, è perché ritengo che per una persona che ha voglia di usare la fantasia sia naturale seguirle e farsi ingurgitare dalle loro trame. E dunque, eccoci qui.
Quella di cui voglio parlare è... tat-ta-tàààà! The 100.


Novantasette anni fa, una guerra nucleare distrusse la Terra, decimando la civiltà. Gli unici a sopravvivere furono gli abitanti delle 12 stazioni spaziali internazionali che si trovavano in orbita in quel momento. Tre generazioni dopo, le risorse si stanno esaurendo, presagendo la fine della colonia, nota come Ark. Nel tentativo di risolvere la crisi prima che sia troppo tardi, i capi inviano un gruppo di cento prigionieri minorenni sulla superficie terrestre per verificarne l’abitabilità. Alle prese con un mondo che non conoscono, primitivo, pericoloso e pieno di misteri, questi giovani devono imparare a superare le differenze e avviare una nuova era per la Terra.
Ora, devo spiegarvi una cosa. Io e D. l'abbiamo trovata per caso e, dato che entrambi amiamo la fantascienza, ci siamo fermati a guardarla. Posso dire che è stato un colpo di fulmine. Se vi piace il genere catastrofico, se apprezzate che i protagonisti non siano delle piaghe sovrumane che si preoccupano troppo del prossimo, fa per voi.
La cosa che mi ha colpito più di tutte è stata la totale mancanza di buonismo. Viene fatto quello che deve essere fatto, in barba a tutte le preoccupazioni, sia dai grandi che dai piccini. E qui arriva un altro punto a suo favore, almeno secondo me. Nelle prime tre puntate della prima serie sono stata stregata dal fatto che i personaggi fossero dei ragazzini. Ora, capiamoci bene, non è che vi ritroverete a guardare Gossip Girl o roba simile. Si tratta comunque di un telefilm ambientato in una realtà post-atomica in cui l'unico intento è sopravvivere, a tutto e a tutti. Ma proprio per questo, vedere che chi deve fare le scelte non è il classico 30/40enne che sa, che ci tiene al mondo, che vuole essere buono, ma dei criminali diciottenni che per la prima volta nella loro vita vivono davvero, è tutta un'altra storia. Se questa era la cosa che mi aveva spinta più di tutte a continuare a seguirla (cosa che invece non è successa con The walking dead), l'evoluzione che hanno i protagonisti e la storia mi hanno fatto impazzire. Dopo le prime puntate i cattivi rimangono cattivi, ma i buoni diventano cattivi, le ragazzette diventano donne e tutti diventano dei geni del male.
Colpiti in modo non indifferente da questa prima serie abbiamo aspettato la seconda, convinti che sarebbe stata trasmessa su Premium in aprile. Così non è stato, e ce la siamo guardata in lingua originale. Senza spoilerare niente, vi dico che nella seconda gli adolescenti non hanno più niente di adolescenziale (ma questo succede già dalla metà della prima) e che la storia si farà ancora più elettrizzante. Non c'è mai una puntata di stallo, mai una puntata noiosa in cui non succede niente. Funziona alla grande dall'inizio alla fine. 
Fino ad ora non c'è nulla che non mi è piaciuto. Anche i personaggi da odiare sono belli, perché umani. Bastardi, certo, ma umani, quindi non così irritanti. E poi sono molti, e questo fa vedere la storia, la stessa storia, gli stessi, o quasi, eventi, da più punti di vista, la qual cosa rende praticamente impossibile odiare chi se lo merita. 

 
Mi piace. Mi piace che sia diversa, che non ci sia la bontà d'animo o le paturnie esistenziali che invece erano presenti in serie quali Lost o la già citata The walking dead. Riflettono, non dico che facciano tutto a caso. E non uccidono senza pensare. Forse ci pensano poco, ma ci pensano, e poi fanno l'unica scelta che possono fare.  
Stasera la daranno in chiaro su Italia 1 alle 23.10. Approfittatene.  
Non vi fermate al trailer. Non vi fermate alla prima puntata. Non vi fermate proprio.
Non dico che sia la serie del secolo (credo che il primato sia di Game of Thrones) ma è veramente carina.

Qualcuno di voi la vede/l'ha vista/la vedrà?

M. 

venerdì 15 maggio 2015

Il decalogo dell'esordiente-autopubblicante

Prima di arrivare a questo punto, cioè prima dell'autopubblicazione e della quantità di copie di Innamorarsi ai tempi della crisi che mai e poi mai avrei pensato di vendere (ero convinta che non avrei superato le 30. Arrivata a 625 ero convinta che non avrei superato le 626, e così via), ignoravo molto del mondo dell'editoria. Continuo a ignorare molto, direi tutto, ma in questi dieci mesi qualcosa l'ho imparata e voglio diffondere la mia conoscenza (uhm) perché sappiate a cosa andate incontro. Parlo, ovviamente, da esordiente, quindi non so assolutamente niente. 
Nel mio caso la scelta del self publishing è stata dettata dalla struttura anomala della mia opera (ope...che?). Non ho pensato nemmeno per un istante che una casa editrice potesse essere interessata a un libro con poca trama, nessuna descrizione e troppi dialoghi quale Innamorarsi ai tempi della crisi. Sapevo, e so, quanto fosse... strano. Tuttavia, avevo voglia di farlo leggere alla gente. Avevo voglia di raccontare una ragazza non comune che vive una bella storia d'amore. Avevo voglia di raccontare la storia che io avrei voluto leggere. E così ho fatto. Non solo l'ho raccontata, ma l'ho pure resa pubblica. Se tornassi indietro lo rifarei, perché se sono riuscita ad andare oltre è grazie a questa scelta.


Le regoline che trovate qui sotto non sono regole in stricto sensu. Non ci sono spiegazioni sul perché ho scelto una piattaforma di self piuttosto che un'altra, sulla spesa e il guadagno, sugli aspetti tecnici. Sono solo consigli, idee, opinioni maturate che ho voglia di condividere con voi, mie emmosi lettori.

1.  Pubblicare o non pubblicare non ti rende una persona diversa. Si limita, semplicemente, ad accrescere la tua ansia. Perché fino a quando nessuno ti legge puoi pensare di essere un genio incompreso, puoi assicurarti che il mondo non sa cosa si perde e puoi autocommiserarti convincendoti di essere un autore di bestsellers, ma nel momento in cui metti i tuoi scritti in piazza, sei fregato. Se non sai scrivere, se non conosci la grammatica, se la tua storia non sa di niente, se è uguale a tutte le altre, se sembri un bambino di prima elementare, se hai un pessimo stile, chi più ne ha più ne metta, lo vedranno tutti, e te lo diranno. E tu dovrai fare i conti con la realtà, spesso per niente simpatica.

2.   Sii pronto alle critiche costruttive e ancor di più a quelle che vorranno solo massacrarti. Se il tuo libro girerà, venderà, e se venderà nessuno ti salverà dal massacro della recensione. Non parlo delle blogger che leggono libri per passione e ne parlano per condividere punti di vista. Quelle saranno le recensioni costruttive che, anche se dolorose, ti aiuteranno a migliorare. Io parlo di quelle che distruggono senza che sia possibile capire in cosa il testo abbia reso l'utente così insoddisfatto. Ho letto commenti terribili per libri universalmente riconosciuti meravigliosi, alcuni dei quali si domandavano addirittura come avesse fatto una casa editrice a pubblicare un testo di quel genere. Infilati dentro un'arancia e usa la sua scorza come armatura ma mi raccomando, non farti spremere da nessuno. Non si può piacere a tutti.


3.    Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Se appartieni alla schiera dei tonti, come me, attento a ciò che condividi e soprattutto a coloro con i quali condividi, perché farsi fregare è facile come prendere il virus del raffreddore in un asilo il 10 di gennaio. L'operosità dietro le quinte ha una discreta forza e colpisce quando meno te lo aspetti.

4.    Se il primo libro non ha funzionato, fatti delle domande. Potresti aver sbagliato il marketing, il titolo, la copertina. Ma potresti anche aver sbagliato storia. O stile. Se tutto ciò non ti interessa, va' avanti per la tua strada, se invece ti riempie di dubbi fermati a pensare. La storia era buona? Hai fatto pubblicità per il target giusto? Se hai scritto un fantascienza vecchio stile e indirizzi la tua promozione verso undicenni che guardano Violetta, hai già la tua risposta.

5.    Usa i social network. Con me non funzionano affatto, ma temo che dipenda dalla mia inattitudine alla socializzazione con sconosciuti e alla mia stupida timidezza, quindi non faccio testo. Si dice che questi dispositivi di comunicazione in tempo reale funzionino alla grande e se sai usarli, sono sicura che otterrai ciò che vuoi ottenere, cioè una forma di notorietà. La pubblicità a pagamento è sicuramente un sistema da sfruttare che la sottoscritta non ha ancora avuto il coraggio di sperimentare. 

6.   Contatta un editor. Se pensi che il tuo testo non sia come dovrebbe essere, che potrebbero esserci degli errori. Se la grammatica italiana non è il tuo forte. Se hai dei dubbi sullo sviluppo della trama. Se non hai nessun amico che ti fa da beta reader. Contatta un editor e fatti dare una mano. La forma è troppo importante. Rovinare un bel libro per una pessima consecutio temporum non ha senso.

7.   Se il tuo stile è quello, e ti piace quello, non cambiarlo. Cambia solo se la trasformazione viene da dentro, se è un tuo bisogno, non se ti viene richiesto. Ma se in molti ti dicono che non funziona, sii consapevole che è il tuo stile e che potrebbe non piacere a nessuno. Se vuoi condividere, se vuoi vendere, rifletti sul tuo modus operandi. Altrimenti, fregatene e va' avanti.  

8.    Ringrazia le lit-blogger. Anche se il tuo libro non gli è piaciuto il fatto che ricevano il tuo testo, lo pubblicizzino, lo leggano e lo recensiscano è degno di omaggi floreali e inni primaverili. Segui i loro blog, scopri se il tuo genere potrebbe piacergli o meno (il discorso sulla fantascienza e Violetta vale sempre e comunque), contattale con gentilezza e ringraziale. Se si dimenticano di te, se il tuo libro rimane sospeso perché ne hanno troppi, fa niente. Su dieci che contatterai ce ne saranno almeno tre che accetteranno. 

9.   Conosci altri autori. Confrontati. Segui blog di persone che, come te, scrivono. Parlare con gente che ha la passione per la scrittura apre scenari inaspettati. Ci si consiglia, ci si scopre, si cresce. Supera, se ci riesci, la timidezza e scambia opinioni, addentrati nel tuo stesso mondo in punta di piedi, ma fermati per un po' da qualche parte e conosci cosa c'è dietro le pagine che tu per primo leggi.

10.   Leggi. Perché si sa che senza leggere non si va da nessuna parte, a maggior ragione se siamo esordienti-autopubblicanti e non abbiamo nessun supporto alle spalle. La cosa che più di tutte ti aiuterà a migliorare è leggere. Leggere superficialmente, ma ancor meglio leggere con la giusta attenzione. Soffermati su costruzioni sintattiche particolari, rileggi i dialoghi particolarmente riusciti, analizza le parole che mai avresti usato e che invece funzionano alla perfezione, studia la tecnica narrativa. Non cambiare stile e non copiare, ma eleva ciò che fai imparando dagli altri.  


Forse con il punto numero 5 non vi sono stata molto di aiuto, visto che non l'ho sperimentato fino in fondo e che non l'ho usato come avrei dovuto, ma confido nella sua efficienza. Per il punto numero 7: non cambierei la mia Dafne con nessuno al mondo, ma ora, dopo dieci mesi, so che il suo continuo mugugnare per molti è un problema. Se dovessi riscrivere la storia la rifarei tale e quale, e lei avrebbe le stesse, esatte caratteristiche. Ma devo accettare che il suo carattere è molto particolare ed è giusto che alcuni non lo amino. In fondo, sono io che ho voluto a tutti i costi renderla atipica e si sa, l'atipicità non sempre risulta gradevole. 

Però, però, però. Dopo queste dieci regoline voglio ricordare a te, esordiente del ciuffolo come me, che puoi fregartene di tutto e continuare a fare quello che hai sempre fatto. Potrebbe non essere tanto male.

Vi viene in mente qualche altra regola? Condividete, cari! :) 

M. 

venerdì 8 maggio 2015

L'Assoluto niente, oppure, Tontolosità

Cari emmetesori,
oggi tontoleggio. Sì sì, avete capito bene. Ho intenzione di tontoleggiare parlando dell'assoluto niente con concatenamenti fortuiti al mio essere tonta.

Sapete perché non faccio Instagram? Perché nelle foto faccio 'chifo. Va bene. Sono orribile. Contenti? Forse non è che sono orribile nelle foto, forse sono orribile io e basta, nella vita, però nelle foto proprio non mi ci riconosco. Che io sia un mostro nella realtà non sembra comportare problemi di grosso spessore - a parte quelle mattine in cui mi sveglio e vorrei cambiarmi tutti i connotati perché mi sento grassa e brutta come pochi esseri umani possono esserlo e non capisco come sopravvivere all'orrore che mi trovo davanti - ma nelle foto non lo tollero proprio. Ho l'impressione che la persona che vedo ritratta sia qualcuno che non sono io e mi manda al manicomio. Essendo terribilmente, terribilmente, ma che dico?, terribilmente vanitosa, non posso proprio sopportare di vedere una me diversa da quella che trovo ogni giorno allo specchio - e nelle vetrine, negli specchietti delle macchine, nei finestrini, insomma, in tutte le superfici che riflettono qualcosa, comprese le pozze -.

Sapete perché non faccio Twitter? Ah bene, perché io non lo so. Potrei rispondervi, in ordine di importanza e sincerità, che non ho la più pallida idea di come funzioni e che mi stressa molto studiarne il meccanismo, che non ho abbastanza tempo da dedicargli - ho una vita privata, un lavoro, una casa, scrivo libri (ma quanto sono egocentrica?), leggo libri, ho un blog e una pagina Facebook. Voi riuscite anche ad avere Twitter? Vi preeeegooo, ditemi come fate! Ammettete il vostro vampirismo, o la vostra dipendenza da droghe sconosciute. - e che... mi sono persa. Questo inciso tra le linee mi ha confuso.

Sapete perché semino pochi commenti nel web? Questa la sapete. Dipende dal mio essere tonta. Non so che scrivere perché tutte le cose che mi passano per la testa mi sembrano delle idiozie. Se scovo la cosa giusta da dire la riverso fuori in tre parole che capisco solo io. Se decido di scriverla comunque ci infilo dentro un punto, una virgola o una parola che non mi piace e mi trasformo in una squinternata che vuole recuperare al danno fatto. 

Sapete perché ho un blog? Questa è la più facile: perché adoro scrivere. E quante cose riesco a scrivere senza dire niente di concreto, ve ne siete accorti? Ho un blog perché delle mie assurdità non posso parlare mentre racconto la storia di qualcun altro in un libro. Per parlare delle mie assurdità ho bisogno di uno spazio tutto mio, da qui, il blog. Il mio meraviglioso blog. Il mio meraviglioso mondo.
Raccontare i libri che leggo, le stupide situazioni in cui incappo, le astrusità che combino o penso, i dubbi sullo scrivere... è il mio mondo.  

Il ragionamento che ho appena fatto è, ovviamente, collegato all'essere una scribacchina/scrivente, insomma, è collegato all'essere M.
Tutto ciò, infatti, non ha niente a che fare con Monica (ops!). Tutto ciò ha a che fare con M. A Monica, a questo punto, con queste consapevolezze, queste esperienze e questa vita, non interessano i social network. M., però, in quanto autrice, sarebbe un po' stupida se non gli stesse dietro. Dato che sono la stessa persona non possono fare a meno di porsi delle domande sull'essere o non essere social. Al momento hanno scelto di non essere troppo social, di fermarsi a Fb e al Blog, e hanno voluto spiegarvi il perché.
Ve l'ho voluto spiegare. 'Sto sdoppiamento di personalità mi sta snervando. 

Sapete che faccio ora, una volta riemersa dallo sdoppiamento? Smetto di straziarvi e vado al lavoro. Poi, di ritorno, inizierò a tormentarmi per la prova costume. Dopo essere riuscita a non prendere nemmeno mezzo chilo durante l'inverno - ok, l'ho preso ma poi l'ho riperso - permettendo al mio corpo, una M, di entrare nel piumino, una S in cui mi sono voluta infilare a tutti i costi e in cui ho intenzione di rientrare per i prossimi anni a venire, adesso arriva il tormento estivo. Perché non sono una S, per la pupazza. Sono una cavolo di M, pure lì. E le M in costume ci stanno bene se sono fatte come un'anfora, se vanno in palestra e se bevono il tè verde, non se sono un palo, se odiano fare sport e se mangiano la Nutella a cucchiai. 
Umpf.

Tontolosamente, la vostra M.