lunedì 1 dicembre 2014

I self

Che fastidio quando mi areno. Quando mi areno con i libri che leggo, con quelli che scrivo, con le cose che faccio. Preferisco di gran lunga, che-ve-lo-dico-a-fare, le giornate in cui leggo qualunque cosa, anche se non mi piace, e in cui scrivo a una velocità supersonica. Quando in due giorni lavorativi, quei giorni in cui riesci a dedicare poco, pochissimo alla scrittura, butti giù venti, trenta pagine, è magia. Magia che si sprigiona nell'aria, o forse dovrei dire nella tastiera, grazie alle dita che sono connesse così bene alle idee da diventare un tutt'uno. 
Quando invece in un giorno libero ne scrivi tre, è fastidio. Fastidio e abulia nei confronti di tutto. 
Data la situazione di arenamento mi sono messa a curiosare nel web e sono finita in un blog abbastanza particolare in cui l'autore/autrice analizza i self. Non sono sicura che "analizzare" sia il termine giusto, dato che nella maggior parte dei casi massacra i self. La cosa bella è che lo fa in modo funzionale e che non sembra metterci nessun tipo di animosità, al contrario di tante recensioni negative che si trovano negli store principali in cui alcune persone sembrano riversare il loro odio per il mondo nascondendolo dietro l'opione di un libro. È un blog particolare che ho osservato con piacere, più o meno, e che non mi ha fatto venire l'orticaria come alcuni punti di vista che ho letto in questi mesi di ebook-viaggio. 
In realtà, mi ha fatto riflettere. Un paio di giorni fa ho letto l'opinione di una lettrice che esprimeva il suo pensiero sui romanzi autopubblicati dicendo che prima, fino a qualche anno fa, i self erano davvero, davvero validi e che adesso... beh, adesso ce ne sono alcuni che stanno in piedi a malapena. 
Ovviamente mi sono fermata a pensare, sia come autrice che come lettrice.
Come lettrice non posso che dirmi d'accordo sul disappunto di fronte alla mancanza di grammatica di certi testi, e quindi appoggiare chi urla a gran voce "editing!", perché effettivamente può fare grandi cose. Come autrice mi chiedo... che sto facendo? Io amo quello faccio. Amo scrivere, l'ho sempre fatto e sempre lo farò, ma ammetto che mi sono chiesta se fosse il caso di continuare a condividere ciò che butto giù con il "mondo". Non parlo del blog - ormai mi sono affezionata così tanto che non credo riuscirei a smettere di scribacchiare, amenità e non, in questo piccolo spazio colorato - ma di libri. 
Non manco certo di autocritica, anzi, al contrario, sono terribile. Mi bacchetto di continuo e mi interrogo senza tregua sulle mie capacità, però leggere tutti questi discorsi su quanto i self possano essere... poveri, mi ha fatto pensare.
Il che forse è un bene. È un bene perché mi fa tenere in considerazione l'editing come qualcosa da fare, da fare seriamente, poiché accenti e apostrofi possono sfuggire quanto la polvere, e lo stesso vale, purtroppo, per la struttura del testo. È un bene perché mi ricorda che sono piccola piccola e che non devo avere nessuna pretesa. È un bene perché mi spinge a dare il meglio. 
Però è anche un male. È un male per quelle come me che non si credono il fenomeno dell'anno. Funziona per chi è troppo, troppo, troppo sicuro di quello che fa ma non per quelli che si chiedono quanto funzionino. Ma poi, c'è davvero qualcuno che si sente il fenomeno dell'anno? O tutti proviamo a realizzare un sogno che abbiamo chiuso con il lucchetto nel cassetto del comodino e che adesso rimbalza come una palletta impazzita tra le pareti di legno da cui non lo facciamo uscire?

Nonostante, e grazie, ciò che ho letto mi abbia condotto a queste domande, sono contenta di averlo letto. Non posso dire lo stesso dell'arenamento in cui verto in questa giornata piovosa e uggiosa. Che barbosità!

P.s.- sono così masochista che ho pensato seriamente di dare in pasto al/alla blogger di cui vi parlavo Innamorarsi ai tempi della crisi. Poi mi son detta che sarei veramente un'idiota a farmi massacrare e mi sono fermata. Per adesso.
Uh. Uh.

M. 

mercoledì 26 novembre 2014

Avevano spento anche la luna

Faccio tanta, tanta fatica a dare un voto a un libro e non lo faccio se non merita almeno tre stelline/tazzine/tartarughine/caramelline. Parto sempre dal presupposto che un testo che a me non piace per qualcun altro è la storia del secolo e penalizzarlo solo perché non era il momento giusto per leggerlo o perché non mi ha colpito come avrei voluto non mi sembra corretto. Sono tentata di farlo solo quando gli errori di grammatica superano il limite consentito, e questo dipende dal fatto che il mio lavoro è strettamente legato alla grammatica. Io amo la grammatica e mi piace leggere, ad esempio, i congiuntivi. Il congiuntivo è così elegante che soffro quando viene usato un altro modo al suo posto. Sentite com'è altisonante "credevo che tu fossi..."

A volte succede che leggo dei libri niente male che però arrivano dopo la lettura più bella degli ultimi mesi e quindi è normale che questi passino in secondo piano e che il paragone non regga. È quello che mi sta succedendo nelle ultime settimane con tutto quello che leggo, arrivato dopo Avevano spento anche la luna. Ho scoperto questo libro per caso, in una pagina facebook, e ho deciso che lo avrei comprato. La copertina, il titolo e la trama mi avevano conquistata e ho fatto fatica a non andare subito in libreria. A volte mi impongo del tempo tra un acquisto e l'altro per digerire quello che ho appena letto ma raramente riesco a sfruttarlo. Nella maggior parte dei casi mi butto subito a capofitto su qualcos'altro perché non posso credere che ciò che ho finito, che era diventato come un amico, sia veramente finito.
Ho aspettato un paio di settimane e poi, stremata, sono andata in libreria, quella di Danfe e Alessio, tanto per intenderci. Non c'era, andava ordinato. Ho atteso un paio di giorni trepidante e ci sono tornata. Finalmente era arrivato e ho interrotto quello che stavo leggendo per lui. Non solo l'ho interrotto ma sono anche tornata a casa, il giorno dopo, in pausa pranzo per poterlo finire. Uno dei libri più belli che abbia letto quest'anno. 
È il 1941 quando dottori, professori, scrittori, uomini, donne, bambini lituani, vengono deportati in un campo di lavoro in Siberia, quando inizia il viaggio che porterà tutte queste persone, e tante altre ancora, a vivere nel freddo, nel dolore, nel niente.
Mi piacciono i romanzi storici, anche quelli che raccontano fatti vicini a noi, anche quando sono terribili perché narrano una cruda verità, ma questo non è solo un romanzo storico. È un romanzo di denuncia, un romanzo che racconta uno dei tanti "eventi" che il mondo ha scoperto o combattuto in ritardo. È una storia che riporta la Storia attraverso gli occhi di una ragazzina che deve affrontare qualcosa di più grande di lei. Più grande di chiunque. La scrittura della Sepetys è favolosa, il suo modo di raccontare il dolore è sconvolgente eppure riesce a inserire la speranza, riesce a parlare di quella piccola, impercettibile, scintilla di felicità che brucia dentro chi è considerato sconfitto e che non lo è.
Non c'è molto altro da dire a parte che l'ho letto in un giorno e mezzo e che ho avuto le lacrime agli occhi dall'inizio alla fine.
Bello. Meriterebbe 10 stelle.

M. 

mercoledì 19 novembre 2014

La pagina, il freddo e il mondo che si muove

In questa strana stagione in cui il freddo fa fatica ad arrivare, per la mia gioia di freddolosa cronica, e in cui le piogge massacrano la nostra terra, vedere un po' di sole scalda l'anima e il cuore e fa venir voglia di mettere un paio di cuffie con la musica giusta e di incamminarsi per le strade della città, magari in qualche parco dove le foglie ondeggiano nell'aria e si distendono sul manto erboso ricordandoci che l'autunno è qui e che tra poco arriverà anche l'inverno. Il lungo, poco luminoso e freddo inverno. Freddo. Troppo freddo. Vivere nella città toscana più fredda di certo noi aiuta.
Per tutta una serie di motivi che non sto a spiegarvi in questo momento sono a casa, davanti al mio laptop, con i raggi del sole che entrano dalla tenda bianca della finestra creando una luce soffusa che con le note che ho come sottofondo è uno spettacolo.

In questo periodo la creatività mi punzecchia e tenta di realizzarsi non solo nella scrittura ma anche in idee su come pubblicizzare il libro, su come cambiare il blog (la veste grafica rispetto all'inizio è molto diversa) e sulla pagina facebook. A questo proposito mi piacerebbe tanto creare quella dell'autrice per poter condividere e parlare un po' più liberamente, senza essere così legata a Dafne, alla quale devo comunque tutto quello che sto costruendo e che rimarrà la mia supereroina, ma per adesso sto usando la pagina di Innamorarsi ai tempi della crisi per fare praticamente tutto. Tento di sfruttarla solo per il libro mettendo fotine carinissime, frasi del mio librino, e facendo presente di tanto in tanto che il blog va avanti, ma è un po' limitante. Voi vi chiederete perché, allora, invece di fare tutte queste chiacchiere tediose non mi dia una mossa creando una pagina da autrice e io vorrei rispondervi "sì, vado!", ma non posso. La farò, davvero, e magari vi dirò anche perché sto aspettando tanto ma per ora rimane così. Una pagina di un libro che comunque vada ha aperto il casello per questa bizzarra ma spettacolare strada su cui sto viaggiando.
In questo momento mi sposto nei soliti percorsi aspettando di vedere come vanno un po' di cose, come si muove il mondo intorno a ciò che scrivo, ma è comunque un viaggio, ed è bello, anche così.
Sì sì, lo so che il mondo intorno a ciò che scrivo si muove sempre nello stesso modo e che potrei rimanere ferma in questa zona a lungo però io ci spero. E sperare mi piace molto. E se poi davvero non vorrà muoversi fa niente, lo farò io. E lo farò con le cuffie e i raggi del sole sulla pelle. 
Magari in primavera, eh?

Vi emmo molto.
M.


venerdì 7 novembre 2014

Le personalità di M.

Penso seriamente che in me alberghino numerose personalità. Non che sia sbagliato, no. No. Credo. Spero. Solo che mi piacerebbe essere un pochino più linerare. Sottoponendo alla mia attenta attenzione (la ripetizione è attentamente voluta) questo fatto sono riuscita a restringere tali personalità a due, quelle preponderanti, che, lasciatemelo dire, sono completamente diverse l'una dall'altra. Da una parte c'è la M. solare, aperta e sorridente che viene fuori nel microcosmo che le è consueto, dall'altra c'è quella timida e imbarazzata che diventa rossa se le cade una bustina di zucchero. Entrambe, purtroppo, richiedono la stessa attenzione ed emergono come più gli piace e quando più gli piace. La seconda M., mio malgrado, è quella che si muove nel web, quella che fissa la pagina piena di parole che vorrebbe inviare a qualcuno e che invece cancella dopo qualche secondo perché si vergogna. Che gioia. . . (i punti non sono un errore ma il tentativo di dimostrare il mio disappunto) . . . 
Mentre la prima sembra quasi sicura di sé ed è simpatica, chiacchierina (non ona, eh!) e buffa, la seconda sembra una ragazzina di dodici anni che si infila continuamente in ambienti che non sono i suoi e che viene costretta da qualcuno (ma poi, da chi?) a comunicare con il mondo contro la sua volontà. 
Secondo me prima non ero così. Prima ero moooolto più tranquilla. Sono sempre diventata rossa ma non come adesso. Ora lo divento per delle banalità.
Qualche giorno fa, per esempio, ho incontrato un mio vecchio compagno di classe che mi ha salutato e che mi ha chiesto "che fai?". Io ho percepito ogni secondo del mio rossore, a cominciare dalla sensazione di calore che dal mento è salita fino alla fronte. Mi rendo conto che è assurdo ma è anche vero che... che domanda è? Insomma, cosa vuoi sapere? Cosa faccio nella vita? Cosa faccio adesso? Cosa faccio nel preciso istante in cui me lo chiedi? Cosa faccio per diventare rossa? Cosa faccio per essere così ridicola? Perdindirindina, sii più specifico, no?
Non ho fatto nessuna di queste domande, chiaramente. Non ho proprio detto niente. Ho farfugliato qualcosa a proposito del fatto che ero appena uscita dal lavoro, ho aspettato che il mio rosa maialino riprendesse il sopravvento sul rosso peperone e l'ho salutato andando via e chiedendomi, un po' come Dafne, che problema avessi. 
Sospetto che la risposta sia: timidezza. Per un tipo solare e aperto come me non ha alcun senso essere timida. Aperto e timido di solito sono uno il contrario dell'altro, non sinonimi. Non caratteristiche affini. In me invece riescono a contendersi il primato, affiorando nei momenti che ritengono più opportuni. Per fortuna la M. aperta e solare vince. E stravince. Yuuhuu! 

Tutto questo preambolo spiega perché sono così impedita nei rapporti interpersonali che non mi sono consueti ma spiega anche il mio interesse verso le più disparate tipologie di libri. Nell'ultima settimana ho comprato testi che non hanno assolutamente niente a che fare l'uno con l'altro e cioè:
- The giver, La rivincita, Il Messaggero e il Figlio di Lois Lowry;
- Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys;
- So che ci sei di Elisa Gioia.
Per il momento ho letto The giver e ho iniziato La rivincita ma vorrei che la giornata fosse fatta di 48 ore per poterli finire tutti in un giorno. Ve lo assicuro.

M. 


sabato 1 novembre 2014

I romance

In queste ultime settimane ho letto varie cose tra cui diversi romance e un New Adult. È solo il secondo che leggo (quarto se consideriamo che il "primo" era una trilogia) e per il momento mi sento di riconoscere che forse non è il mio genere. Perché? Difficile da dire ma... È come se durante la lettura cercassi qualcosa che non trovo mai. Leggo, leggo, continuo a leggere e mentre lo faccio inseguo un'emozione, un fatto, una parola che non riesco a raggiungere e quando finisco il libro e lo chiudo mi ritrovo con il naso arricciato e la sensazione di aver perso qualcosa (no, non l'olfatto). Ci riproverò, e lo farò con alcuni titoli che mi sono stati consigliati da una blogger con un dono meraviglioso: la capacità di farmi interessare a libri che mai e poi mai avrei pensato di apprezzare. Ha qualche potere magico che a me manca, forse è una polverina che rilascia nell'aria, e nelle pagine, confondendo tutti noi. O forse è semplicemente brava e coglie gli aspetti positivi di ogni libro. Non lo so, davvero. Questa streghetta si chiama Sybil e il blog per cui scrive è Sognando tra le righe.
Tornando a noi, non vi dirò quali sono i New Adult che ho letto perché non mi hanno entusiasmato e quindi non voglio confondervi con il mio punto di vista, almeno su questo genere.
Sì, sì, avete capito bene. Non voglio confondervi su questo genere perché in realtà ho intenzione di farlo, sempre che non ne siate già fan come me, a proposito dei romance che ho letto negli ultimi mesi. Ne ho divorati un bel po' ma tre mi sono piaciuti in particolare. Prima di iniziare ci tengo a ricordarvi la mia totale inattitudine alle recensioni. Cercate di prendere il meglio che le mie parole, e le mie scarne considerazioni, sono in grado di offrirvi.
Questa volta vi parlo di... (rullo di tamburi!):
1. Trent'anni... e li dimostro, Amabile Giusti
2. Con un poco di zucchero, Chiara Parenti
3. Es(senza) di te, Corinne Savarese
Se il genere romantico/simpatico vi è gradito, questi tre titoli sono perfetti per voi. A me le storie d'amore piacciono un sacco e in qualche modo le ricerco sempre nei libri, anche in qualche saggio (che geniA, eh?), quindi leggere quelle scritte appositamente per far provare certe emozioni le apprezzo particolarmente. Devo dire, però, che non vado pazza per la storia d'amore tormentata e seriosa, a meno che non sia ambientata in un periodo storico che va dal IX secolo a.C. (volendo anche prima) al XX d.C, e chiaramente dipende dal libro. È sempre così, no? 
Va bene, va bene, torno ai titoli di cui vi parlavo. Dunque, dov'ero? Sì, sì, ci sono! Mi piace l'amore incasinato ma dolce, complicato ma simpatico, doloroso ma ironico. Insomma, i tre di cui vado parlando (che bella struttura!) sono perfetti perché sono romantici ma sono anche ironici e colpiscono dove devono colpire e affondare il lettore.
Trent'anni... e li dimostro è un romanzo davvero bello perché fa ridere, e ridere di gusto, ma sa anche trasmettere emozioni forti sia in positivo che in negativo. Ho sorriso, ho pianto, ho riso e ho anche messo il broncio. Non è da tutti suscitare così tante sensazioni!
Con un poco di zucchero è una meraviglia, e ripeto meraviglia scandendo bene le parole, perché oltre a rispettare i canoni sopra citati è anche raccontato dal punto di vista di un uomo e ciò rende la storia più scoppiettante. Il fatto che Matteo, il protagonista, sia anche molto simpatico fa sembrare tutto più divertente. 
(Es)senza di te è una storia originalissima con una bella ambientazione e una nemica pestifera. Le pagine scorrono velocemente e tengono ancorati. Molto carino!

Come già fatto per altre tipologie di libri ci tengo a sottolineare il fatto che... deve piacere il genere. Se cercate libri seri che raccontano un amore struggente e che facciano solo piangere, non credo che facciano per voi. Ma se oltre ad avere il batticuore (perché è questo che provocano i tre) avete voglia di sorridere e magari farvi anche qualche risata vi assicuro che sono perfetti. Assolutamente perfetti.

Buona lettura carissimi lettori di M.
Sappiate che... vi emmo molto!
M. (tanto per non essere ridondanti)


martedì 21 ottobre 2014

Divergent, Insurgent, Allegiant

Adoro innamorarmi dei libri. Mi piace quando ne trovo uno così bello e appassionante da non aver più voglia di mangiare, bere e uscire perché anche se lo faccio, intendo dire se mangio, bevo e esco, una piccola parte di me, una piccola M. continua a pensare a quel libro, alla sua storia, allo spettacolo che ha creato. Quello che proprio non mi piace è quando me ne innamoro e ci sto male perché non finisce come dovrebbe o come vorrei. Questo non significa che non mi sia piaciuto, anzi, forse proprio per questo lo apprezzo ancora di più ma non cambia il fatto che ci sto male. Male. Male.
A quante persone succede di star male per un libro? Fortunatamente tante, ho scoperto, e l'ho scoperto grazie ai blog, grazie a tutte quelle persone che come me si perdono tra le pagine di una storia e fanno fatica ad uscirne. Scoprire che tanta, tanta gente è nelle mie condizioni è un'altra cosa che amo e devo ringraziare Dafne che in un certo senso mi ha costretto ad aprire un blog e ad entrare in contatto con un po' di persone.
Ma non è di questo che stiamo parlando. Adesso stiamo parlando della trilogia di un libro che mi ha tolto il sonno e la fame (che non sono tanto normale l'avevate già capito, no?).
Sto parlando della trilogia di Divergent, un romanzo distopico che, secondo me, non potrà far altro che catturare gli appassionati del genere. Ecco, questo è fondamentale. Se i distopici/fantascientifici non vi piacciono, non credo abbia molto senso leggerlo perché se siete di quelli che ogni quattro o cinque pagine si chiedono "ma come è possibile?" oppure dicono "ma è assurdo!", "è ai limiti della realtà!" (sì, non a caso fanno parte di questa categoria) non ve lo consiglio affatto. Se invece l'idea di mondi paralleli, realtà diverse, universi sconosciuti e tutto ciò che è difficile considerare come possibile vi affascina, dovete leggerlo.
Un paio di anni fa, anche spinta da S. che che ne era stata risucchiata quasi come se fosse stato un buco nero, ho letto la trilogia di Hunger Games che, badate bene, mi è piaciuta molto. Ma non così tanto. Non ho avuto la tentazione di rileggerla da capo appena finita. Adesso invece sono qui e ogni tanto passo davanti al primo e mi chiedo cosa mi trattenga dal riprendere la storia di Tris e Quattro dall'inizio per immergermi ancora una volta in una Terra indubbiamente diversa da come la conosciamo e forse proprio per questo così affascinante (e inquietante, perché è sicuramente difficile accettare che possa realmente essere così.)
Ovviamente la pila di libri del comodino (e del corridoio) urla che sono una pazza, una sconsiderata e un'irresponsabile perché loro aspettano da una vita una prima lettura e Veronica Roth potrebbe essere sottoposta alla seconda, quindi mi faccio forza e mi dirigo verso Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu e cerco di non guardare Divergent.

Ma lo amooooo!! *_*

Confido nella mia grande forza di volontà! ^_^

M. 



domenica 12 ottobre 2014

I tre di gennaio

Recentemente mi sono soffermata a pensare a quali libri ho letto quest'anno e a quali, per il momento, mi sono piaciuti di più. Mi rendo conto che leggendone molti ogni tanto qualcuno sfugge alla mia memoria e quindi mi ritrovo a cercare per casa i suddetti testi salvo poi ricordarmi che alcuni mi sono stati prestati da Sab. e che altri li ho scambiati. Così perdo quei quindici minuti buoni (che potrei utilizzare per fare qualcosa di più concreto come pulire le finestre) alla ricerca dei titoli. Perché il vero problema non è che non mi ricordo il libro. Il vero problema è che non mi ricordo come si chiama, e men che meno l'autore, e questa è una cosa che mi dispiace davvero tanto. Non succede con tutti, perché molti rimangono ben impressi nella mia memoria, scrittore compreso, ma quelli che mi sono piaciuti un po' meno piano piano mi lasciano il ricordo della storia, magari carina, ma fanno scomparire il loro nome e quello del loro creatore. Da autrice non posso che provare fastidio di fronte a questa mancanza.

Comunque, riflettendo mi sono resa conto che i libri che più mi hanno colpito in questo 2014 li ho letti in gennaio, subito dopo la fine dell'anno. Anche adesso sto leggendo delle cose veramente carine, alcune delle quali sono degne di nota, ma non hanno ancora creato il trambusto che sono state in grado di mettere in moto le altre.
Sto parlando di:
- No et moi di Delphine de Vigan;
- Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbaugh;
- Bridget Jones - Un amore di ragazzo di Helen Fielding.
Il primo mi è stato regalato ed è stato una sorpresa incredibile. Gli scrittori francesi mi piacciono molto (soprattutto se li leggo in lingua originale), ma non pensavo potessero piacermi così tanto. Questo è davvero bello, bello, bello. Il titolo italiano è L'effetto secondario dei sogni. È la storia di una ragazzina che vive una situazione famigliare per niente facile e che si trova ad affrontare un mondo che non le appartiene fino in fondo e che inizia a conoscere quando incontra No, una ragazza poco più grande, che vive ai limiti della società e che lei e il compagno di scuola Lucas cercheranno di aiutare. Amicizia, emarginazione, solidarietà, solitudine, amore, scoperta sono gli ingredienti di questo favoloso libro non canonico. L'ho adorato. Da leggere, assolutamente.
Il linguaggio segreto dei fiori è uno di quelli che ho visto per mesi nelle librerie e che per mesi ho volutamente ignorato perché spesso i romanzi di questo genere che si ritrovano primi in classifica non mi fanno impazzire. Non voglio dire che non mi piacciono ma solo che non sono tra i miei preferiti, a meno che non siano fantasy o di fantascienza, perché in quel caso possono anche mandarmi in visibilio. Comunque, Sab. me ne ha parlato per un sacco di tempo e alla fine, dopo mesi e mesi, ho ceduto, me lo sono fatto prestare e ho perso così tanto la testa che l'ho comprato. Bello quasi quanto il precedente e da alcuni punti di vista nemmeno così diverso. Parla di una giovane ragazza cresciuta passando da una famiglia adottiva all'altra che inizia a costruirsi una propria vita in cui, però, ritrova dei fantasmi del passato. Sono fantasmi di cui lei non può fare a meno, fantasmi che parlano il suo stesso linguaggio, l'unico che sembra accettare, quello dei fiori. Da leggere. 
Per Bridget vale un discorso diverso. Io adoro questo genere, soprattutto se esce dopo che mi sono letta qualcosa tipo L'amore ai tempi del colera di Marquez o Biblioteca di Apollodoro. Quella di alleggerirmi con letture divertenti è una necessità che si manifesta quando finisco testi più densi, soprattutto se classici, e credo ci siano pochi libri che riescono nell'intento quanto quelli che raccontano le avventure di Bridget. Sarà che gli altri due li ho letti da adolescente, quando ridevo senza capire poi così bene cosa significasse essere una trentenne, ma oggi posso dire con certezza che dei tre Bridget Jones - Un amore di ragazzo è il mio preferito e che ho riso come una matta. Che dirvi? La pasticciona più famosa del mondo si barcamena tra figli, twitter, un toyboy e i suoi indimenticabili amici. Un mix esplosivo! Da leggere, veramente.


Se cliccate sul titolo il link vi porterà direttamente alla sinossi del libro, tranne il secondo che rimanda al sito ufficiale. Spero di aver suscitato un po' della vostra curiosità. ^_^

M. 

sabato 20 settembre 2014

Chi è Alessio?

Un'amica qualche tempo fa mi ha detto che gli uomini come Alessio non esistono. Perché? Perché "è perfetto". In effetti lui è troppo bello, troppo simpatico e troppo intelligente, ma io credo che il mondo sia pieno di ragazzi così. Perfetti non oggettivamente, ma soggettivamente. Perfetti per noi.
Ma non è di questo che stiamo parlando, M.! Stiamo parlando di Alessio. Sì, ecco. 
Alessio è un ragazzo abbastanza normale. Bello, ma con moderazione (anche se agli occhi di Dafne appare come l'essere più meraviglioso del mondo, un adone), intelligente, simpatico, uno di quelli con cui fare due chiacchiere è facilissimo, per cui perdere la testa lo è ancora di più. Sinceramente, però, non userei la parola "perfetto" (io, M., non io M. narrante), perché prima di Dafne ha fatto arrabbiare un discreto numero di donzelle per la sua abilità nell'uscire con più ragazze senza farsi mai prendere da nessuna (che poi è la cosa che fa impazzire un sacco di donne. Il fatto che gli uomini se la facciano con tante fanciulle, intendo. Che problema abbiamo, ragazze?). Il motivo preciso non lo so. La mia mente funziona come una qualunque mente femminile e quindi provo a chiedermi cosa lo porta a ciò e provo a darmi una risposta, ma non è detto che sia quella vera. Alessio, in pratica, è cresciuto da solo. I suoi genitori, abbastanza benestanti, ad un certo punto della loro vita hanno lasciato che crescesse senza la loro presenza vicina. Quando succede a sedici anni, si incrina qualcosa. Se i tuoi genitori scelgono di fregarsene di te il tuo modo di vedere il mondo cambia, immagino. E il suo è cambiato. Perché mai si sarebbe dovuto affezionare a qualcuno se poi quel qualcuno se ne sarebbe potuto andare per la sua strada? Così, dato che non ha mai trovato nessuna che gli ha fatto perdere la testa, ha fatto il suo percorso di vita che forse sarebbe durato ancora anni se non avesse trovato quell'unica ragazza che non ci è stata. L'unica che non vuole baciarlo, l'unica per cui è disposto ad aspettare, l'unica che non gli scrive messaggi, che non parla ma mugugna, che si blocca a fissarlo. 
L'unica, per lui. L'unica che gli faccia un effetto diverso.
Ma lui è davvero così perfetto? Ha dei meravigliosi occhi verdi, è alto, ha sempre la battuta pronta, sa misurare le parole dolci, scrive dei messaggi deliziosi. Ma perfetto? Dafne lo vede così, e lo vede come qualunque donna (e uomo) innamorata (e innamorato) vede il proprio principe azzurro (principessa). Alessio è perfetto perché per Dafne lo è, perché per lei è...

1. troppo bello
2. troppo intelligente
3. troppo simpatico.

Eh sì, dai, un po' lo diventa anche per noi! :)
Ma oggettivamente perfetto? Non esistono uomini oggettivamente perfetti. Nemmeno Alessio.
Nemmeno Brad Pitt, no. Lui è perfetto per Angelina Jolie, ma non lo sarebbe per tutte. (ssssst! Li sento tutti i vostri brusii!). 
Beh, comunque, se volete saperne di più non potete far altro che leggere Innamorarsi ai tempi della crisi

Buona lettura!

M. 

martedì 9 settembre 2014

Le stelline

Ad un certo punto della vita di uno scrittore... Scrittore? Chi? Di chi parli? Mica sarai tu?!
Meglio ricominciare. Ad un certo punto della vita di uno che scrive e si autopubblica (meglio, molto meglio!) arriva l'Amazonmania. In cosa consiste? Semplice: controllare svariate volte in che posizione si trova il libro e quante recensioni ci sono. Alle recensioni sono connesse, ovviamente, le stelline e quindi il giudizio. Da qui...

Da quando siamo piccoli siamo sottoposti ad un giudizio. Bene!, bravo!, bravissimo!, nei primi anni delle elementari. Poi si passa ai voti: 3, 4 e mezzo (chi a scuola ha fatto greco o latino come me, ne avrà presi sicuramente), 5, e perché non 5/6 (cosa vorrà dire poi, lo sanno solo loro!). 6, 7, 8. 9? Da noi pochisimo. Infine approdi all'università. 18, 24, 27, 28, 29 (ma dai, davvero? 29? Bah!), 30. 30 e lode? Mitico. 
Per molti anni finisci per essere un numero. Non tu, certo, ma il lavoro che tu hai prodotto. I tuoi compiti, le tue interrogazioni, la terza prova, l'esame, la discussione delle tesi (perché ovviamente adesso ne devi discutere due, addirittura!). Poi ad un certo punto, le cose cambiano.
Ma non per me. Perché se dopo gli anni della scuola/università avrei dovuto smettere di essere valutata, me ne invento due che mi rimettono in carreggiata. Scelgo un lavoro in cui gli "utenti", chiamiamoli così, alla fine del servizio ricevuto esprimono un'opinione (oh santa madre, che lavoro sembra che faccia da questa descrizione???) e pubblico un libro che viene recensito e al quale vengono date delle stelline/cuoricini/palloncini/piedini/librini e tanto altro. Tutte cose che una sdolcinata come me (mi rendo conto che continuo a dimostrare poco quanto sia appiccicosa) adora, se fossero cinque, o quattro. E se fossero due? E se fosse una? Santissimo il cielo, una??? Va bene, lo ammetto, sono terrorizzata dal potermi ritrovare con una stellina (come è già successo, umpf!)/cuoricino/palloncino/piedino/librino. Certo, si sa che ognuno ha un suo punto di vista, si sa che non tutti possono apprezzare ciò che fai, ma questo non toglie che il giudizio sia una cosa che un pochino... pesa. Se è negativo, chiaramente. Se è positivo è solo un altro valido motivo per saltellare da una parte all'altra della casa. ^_^
Sto cercando di dire che è sempre difficile accettare che ciò che fai diventi una x/numero/stella perché comunque vada tu ci hai messo del tuo, e dentro c'è una piccola parte di te. In fondo, quando ti ritrovi una stellina è come se anche un pezzo di te meritasse una stellina, ed è triste. 
Forse è per questo che anche con gli "utenti" del mio lavoro non riesco a produrre un giudizio (oddio, continua a sembrare qualcosa di strano!) e probabilmente è sempre questo il motivo per cui non riesco a fare delle recensioni (in questo caso parlo di libri). Anche se qualcosa non mi piace non posso proprio mettere una stellina sola perché dietro il libro che non mi piace, o dietro "l'utente" che non lavora bene, c'è una persona, e mi dispiace dargli un solo simboletto. Finirei per dare 5 stelline anche ai libri che non mi piacciono. Così, dopo ponderate riflessioni davanti al mio nuovissimo, scintillantissimo e meravigliosissimo (se volete aggiungere un superlativo, fate pure!) ebook reader, ho deciso che farò recensioni solo per quelli che mi piacciono, sempre che riesca a mettere tre parole in fila perché sembra che tutta questa montagna di lettere che caccio fuori quando scrivo normalmente scompaia di fronte alla formulazione di un giudizio. Mah...

Bene, questo post non serve assolutamente a niente. Non che gli altri abbiano un qualche tipo di utilità, sia chiaro. Sono consapevole del fatto che il mio blog al momento è solo un calderone dove finiscono tutte le parole e le idee che non so dove mettere (a parte nelle lunghe e meravigliose chiacchierate con D., S., e Sab.). Quanto a significato, comunque, questo post li batte tutti. 
Sarà meglio che vada a fare la lavatrice, eh? :)

M.


sabato 6 settembre 2014

La letterina per H.

Questa mattina ho aperto il mio blogghetto deliziosamente vuoto (devo ancora capire come funziona tutto ciò che non riguarda lo scrivere al centro della pagina :D ) e ho trovato questo post non pubblicato. "Oh santa madre", ho pensato! "Non posso pubblicarlo", ho continuato. E invece, dopo qualche secondo di riflessione, ho deciso di sì.
Lunedì, di ritorno da un fantasmagorico fine settimana al mare, (vi avverto, ero in fase calante) avevo iniziato così...

Essere malinconici alla fine dell'estate è normale, credo. Non solo per uno studente che riprende ad andare a scuola dopo tre mesi di gioia infinita, di relax totale e di completa spensieratezza (il tutto perché non ha aperto libro, probabilmente, e dovrà familiarizzare di nuovo con la parola "studio", questa sconosciuta). La fine dell'estate fa essere malinconici un po' tutti, specialmente se settembre inizia con la pioggia e 19 gradi. Viene naturale pensare ai mesi appena trascorsi, al fatto che avresti voluto fare molte più cose e che il tempo atmosferico non ti ha aiutato, che le ferie sono finite e che dovrai aspettare un altro anno per sentirti vagamente libero, che la sensazione di leggerezza che percepisci in quei mesi estivi, data anche dall'abbigliamento, ti saluterà insieme al sole, al caldo e all'Estathé.
Ieri sera ero veramente malinconica. Sono tornata dopo uno splendido fine settimana al mare, un fine settimana pieno di sole, coccole, relax, cibo, mare, colori, gente e molto altro, e già nella strada di ritorno hanno fatto capolino le nuvole. Non solo lo splendido fine settimana era finito, ma era finito anche il fine settimana, e quindi il giorno dopo, cioè oggi, sarei dovuta tornare al lavoro. In tutto ciò il mio libro era sceso in classifica di diverse posizioni. 
Questa mattina pioveva a dirotto e quando sono arrivata al lavoro ero completamente fradicia (ah, che spettacolo!). Così tanto che l'unica cosa da fare sarebbe stata tornare indietro e cambiarmi, se non fosse che poi avrei dovuto rifare la stessa strada a piedi e sarei stata punto e a capo. 
Anche stasera sono malinconica. Ma stasera sono anche infastidita e turbata (i capelli arruffati su un lato lo dimostrano) dal fatto che sto scrivendo un post malinconico in una giornata di inizio settembre altrettanto malinconica. Non mi piace che stia finendo l'estate, non mi piace aver salutato il mare e non mi piace che il libro oscilli così tanto. 

Ecco, io ve lo avevo detto che ero in fase calante, e vi ricordo che avevo anche esclamato un "oh santa madre!" che in emmese (è così che possiamo definire il mio modo di parlare nel web) equivale a "oh santo cielo", "accidenti", "cavolo" e a tutto ciò che può essere una valida alternativa per la parolaccia più usata da noi italiani.
Comunque, per tutta la settimana ho avuto questa vaga sensazione di fastidio, quella tipica di fine agosto, e non sono riuscita a capire perché, ma curiosando qua e là su internet mi sono accorta che tante persone si lamentavano di non aver ricevuto, nemmeno quest'anno, la lettera di Hogwarts. Si sono accese tutte le lampadine intorno alla mia testa e... Eureka! Ho trovato il problema! La letterina! La letterina che non è mai arrivata! 
Di fondo, sono vent'anni che aspetto quella letterina e forse è per questo che l'inizio di settembre è così fastidioso.
La bella busta di carta spessa e rigida color panna/beige/bianco sporco/foglia autunnale che mi invita ad Hogwarts non arriva, e non c'è molto da fare. Per me e per tutti quei babbani che come me che non l'hanno ricevuta. Poveri, poveri noi. 
Pur sperandoci però, ammetto di non averci mai creduto davvero. In questa zona non ci sono molti gufi (direi piuttosto piccioni) e io non riesco a farmi crescere i capelli a comando, anche se devo dire che quest'estate hanno fatto vere prodezze (se tralasciamo il fatto che le punte sembrano paglia). Non ho poteri magici, questo è certo. Sono una noiosissima babbana. 
È inutile che fissi il cielo in attesa che mi atterri sulla punta del naso, o che guardi la porta sperando che passi nello spiraglio di luce o che bussi alla finestra. La letterina non c'è. Il Cappello parlante anche quest'anno non si appoggerà sulla mia testa e non mi metterà in nessuna casa. Nessuna torre. Nessuna squadra di Quidditch. Nessuna sala comune.  

Per fortuna nel frattempo il tempo è nettamente migliorato (dopo una settimana ha fatto di nuovo capolino il sole, anche lui quasi uno sconosciuto) e la sensazione di fastidio sembra un po' diminuita. Il libro continua ad oscillare, settembre è sempre settembre, il mare è lontano (e anche freddo, temo) e la letterina non c'è. Ma sono sicura che troveremo un modo per farci star simpatico anche tutto ciò, tipo rileggere dal primo all'ultimo i libri di Harry Potter. Secondo me non c'è periodo migliore dell'autunno per farlo. Non siete d'accordo?

M.